WELFARE

Buoni pasto, gli esercenti: senza una vera riforma non li accettiamo più

Pesano i troppi balzelli e costi «facoltativi ma obbligatori» che agli esercenti erodono il 30% del valore dei ticket

di Enrico Netti


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(Ansa)

1' di lettura

Alla fine esercenti e grande distribuzione promettono di arrivare all’estrema misura: non accettare più i buoni pasto utilizzati da circa tre milioni di lavoratori. Il perché è presto detto: troppo balzelli, costi occulti, ritardi di pagamenti, oneri finanziari. Questo l’insieme delle cause individuate da Fipe Confcommercio, Federdistribuzione, Ancc Coop, Confesercenti,Fida e Ancd Conad i cui associati perdono 3mila euro ogni 10mila di buoni pasti incassati. A dirlo i presidenti delle associazioni di categoria i cui esercenti sono esasperati da un sistema che anno dopo anno è stato appesantito da oneri.

A fare scattare l’allarme è stato il default di Qui!Group, il gruppo genovese che secondo le indagini della Guardia di Finanza ha compiuto reiterati episodi di bancarotta e che Fogliani, il fondatore della società, i membri della sua famiglia e per gli amministratori, fosse assolutamente conoscibile sia lo stato di insolvenza in cui versava, da anni, la società, sia l’imminenza degli ulteriori fallimenti delle altre aziende riconducibili alla famiglia. L’effetto domino del dissesto di Qui!Group si è scaricato su decine di migliaia di esercenti non più in grado di incassare i crediti per servizi già forniti ai clienti.

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