ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIL REPORTAGE

Burkina Faso, come la jihad sta rinascendo a sud del Sahara

Il Sahel, la regione che costeggia i confini meridionali del Sahara, è assediata da un ritorno di fiamma di cellule terroristiche. Ufficialmente si tratterebbe di gruppi armati islamici, ma le ragioni delle violenze affondano nei disagi di una delle zone più povere al mondo

dal nostro inviato Alberto Magnani


Conte in Niger: obiettivo comune contrastare traffico migranti

7' di lettura

Ouagadougou (Burkina Faso) - Al Sopatel Silmandé, un resort nella zona est di Ouagadogou, i controlli si sono irrigiditi nell'arco di meno di 24 ore. Le guardie all'ingresso setacciano le automobili che si avvicinano al cancello, mentre i passeggeri si sottopongono alla trafila di raggi X e metal detector. «Sarà per via dell'attentato» commenta in tutta calma una cliente francese, alludendo all'ultimo bagno di sangue che si è consumato nel paese. Il 19 agosto, un blitz di matrice jihadista ha lasciato sul campo 24 militari burkinabé nella provincia del Soum, a pochi chilometri dal confine settentrionale con il Mali. È il più violento attacco inflitto da cellule terroristiche all'esercito nel paese. Non il più mortale in assoluto né, con ogni probabilità, l'ultimo lungo una scia di terrore che si è innescata tre anni fa.

La ferita originaria resta l'attacco nel cuore di Ougadougou nel gennaio del 2016, un trauma dopo gli anni di stabilità che avevano risparmiato la «terra degli uomini integri»: 30 vittime e oltre 50 feriti nel doppio attentato che ha bersagliato il caffè italiano Cappuccino e l'hotel Splendid, entrambi ritrovi tradizionali degli occidentali che frequentano la capitale. Da allora la spirale non si è più fermata, con una nuova incursione nell’ambasciata francese di «Ouaga» nel marzo 2018 , anche se il terrore ha virato sulle province nel nord del paese e sulle zone di confine dei paesi circostanti. Secondo la ricostruzione di Armed Conflict Location & Event Data Project (Acled) , un database specializzato, le vittime annuali di violenze in Burkina Faso sono lievitate a 1.154 al 29 luglio 2019: quattro volte le 306 del 2018 e 10 volte le 116 che si conteggiavano nel 2017. Se si considera il blocco formato da Mali, Burkina e Niger, il totale sale a 2.880 morti, dato che scavalca già le 2.581 vittime del 2018.

L’escalation del terrore in Burkina Faso

L’escalation del terrore in Burkina Faso

Photogallery10 foto

Visualizza

I gruppi asserragliati nelle province si sono già propagati nella regione del Sahel , la fascia di oltre 5mila chilometri che costeggia i confini sud del Sahara, toccando Senegal, Gambia, Burkina Faso, Mauritania, Algeria, Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Sud Sudan e Eritrea. La loro influenza si sta espandendo anche in paesi ritenuti sicuri come Ghana, Costa d'Avorio e Benin, dove già si registrano le prime avvisaglie di infiltrazioni jihadiste. Il nuovo ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha annunciato che le priorità dell'esecutivo saranno «Africa e migrazioni». L'emergenza sicuritaria del Sahel riguarda entrambe, visto che il ritorno jihadista nella regione sta provocando flussi crescenti di abitanti in fuga. Nel solo Burkina Faso, paese da meno di 20 milioni di cittadini, si contano già oltre 200mila sfollati.

La lenta nascita del network jihadista
L'esplosione di attacchi è stata interpretata come il nuovo fronte di assalto dello Stato islamico a una regione strategica, soprattutto per la sua vicinanza con il Mediterraneo. In un video pubblicato ad aprile, il leader dell'Isis Abu Bakr Al-Baghdadi ha elogiato la «cooperazione» fra cellule jihadiste che si è sviluppata fra Burkina Faso e Mali, additando il nemico numero uno della regione: i «crociati» della Francia, il paese europeo che mantiene la sua influenza sulla ex colonie dell'Africa occidentale. In realtà, spiega il ricercatore Ispi Camilo Casola, l'emergenza sicuritaria covava da tempo sotto la quiete apparente della regione. Subito dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 proprio il Sahel era stato identificato dagli Stati Uniti come una delle regioni da «bonificare» dalla proliferazione di cellule terroristiche. Pochi anni dopo la migrazione di gruppi armati algerini nel Mali, in fuga dalla repressione del paese d'origine, è sfociata nella creazione di al-Qaeda nel Maghreb Islamico, sigla che ha fatto da epicentro del circuito jihadista nella regione saheliana.

LEGGI/Perché i migranti scappano da casa loro?

La crisi si è aggravata nel 2012, quando l'insurrezione di alcuni gruppi armati nel Mali ha permesso ai jihadisti di intromettersi nella regione con un ruolo di primo piano. Da allora le milizie si sono articolate in un mosaico sempre più fitto di realtà terroristiche: «La presenza jihadista nella regione della cosiddetta Africa occidentale ruota intorno ad alcuni network principali - spiega Casola - Nell'ordine: l'État islamique au Grand Sahara, il cui leader Adnan Abu Walid al-Sahrawi ha prestato giuramento di fedeltà al Califfo dello Stato Islamico, al-Baghdadi; il Jamaʿat nusrat al-Islam wal-muslimin (gruppo di sostegno di Islam a musulmani, affiliato ad Al Qaida); infine Ansaroul Islam, gruppo autoctono che opera soprattutto nel Burkina Faso». Il vessilli ideologici restano la guerra santa islamica, l'astio per gli «oppressori» occidentali e i governi che hanno «tradito» i propri paesi svendendosi a Parigi e alleati.

Se la religione è solo un pretesto
Il pretesto religioso, però, fa breccia su una popolazione stremata da fattori più terreni: miseria, disoccupazione, emergenze sanitarie, con l'assenza cronica dello Stato e il senso di abbandono che carica di rancore le province. Solo in Burkina Faso la malaria falcidia oltre 4mila vite l’anno, la povertà resta dilagante (il Pil pro capite supera di poco i 700 dollari l’anno) e ci sono intere aree del paese prive di infrastrutture essenziali. Su questo sfondo, i gruppi armati offrono servizi di «welfare» che vanno a sopperire le lacune delle autorità. Se si aggiunge il talento dei terroristi nello strumentalizzare conflitti inter-etnici e stringere legami di interesse con le comunità, il quadro si fa completo. «Sarei cauto nell’imputare tutto ai gruppi jihadisti, anche se si sono espansi negli ultimi tre anni - spiega al Sole 24 Ore José Luengo-Cabrera del Crisis Group, un think tank – Stiamo assistendo alla crescita delle violenze di gruppi armati nella regione: alcuni dicono di battersi per la jihad, altri si presentano come milizie per l'autodifesa come il gruppo Koglweogo in Burkina o Dan Na Ambassagou in Mali».

Difesa da chi? Neppure a dirlo, dai governi locali. Sempre in Burkina Faso, l'esercito e le forze di polizia locali sono accusate a propria volta di violenze gratuite sui civili. A fine luglio è scoppiato lo scandalo di 11 detenuti morti mentre erano in custodia, uno spot formidabile per i gruppi che alimentano l'insofferenza per le autorità. «La violenza genera violenza – dice Luengo-Cabrera – Il contesto è quello è di un crescente vuoto di sicurezza in aree rurali dove lo stato si è rivelato incapace di fornire prima servizi pubblici basilari e poi di frenare l'espansione di gruppi non armati». La propaganda terroristica, islamica o politica, è accelerata dalla capillarità di social media e sistemi di messaggistica come WhatsApp. Un megafono a costo zero per propagare il verbo delle milizie su una popolazione dove il tasso di alfabetizzazione supera il 50% solo nella fascia dei 15-24enni. Nei villaggi l'acqua potabile viene venduta in sacchetti di plastica e il carburante travasato in bottiglie di liquore, ma diversi abitanti sono in possesso di un telefono cellulare ed è facile imbattersi in baracchini che vendono caricatori e cavi Usb. La contraddizione è del tutto apparente. Il cellulare è un bene di prima necessità per evitare l'isolamento completo, viste le infrastrutture assenti o accidentate del paese. Anche la via più facile, però, di esposizione alla retorica della lotta armata e alle illusioni di riscatto.

Le debolezze del G5
Sulla carta, lo stato e la comunità internazionale sono già all'opera per il contrasto dell'instabilità che logora la regione. Nel 2014 Bukina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger hanno dato vita al G5 du Sahel, un'alleanza per la cooperazione sicuritaria nata per reprimere gruppi terroristici di ispirazione islamista come Boko Haram e il Movimento per l'Unicità e il Jihad nell'Africa Occidentale. Oggi conta su un totale di 5mila unità militari organizzate in tre battaglioni e opera trasversalmente nella regione del Sahel. Sempre nel 2013 la Francia, già intervenuta in Mali nel 2013, ha avviato l'operazione anti-terrorismo Barkhane, destinata a riorganizzare e razionalizzare il presidio militare già dispiegata nei territori dello stesso Mali, Mauritania, Burkina Faso, Niger e Ciad. L'ambizione principale di Barkhan è addestrare gli eserciti regionali, lavorando fianco a fianco con il G5 e trasformandosi in un asse di coordinamento per l'attività sicuritaria nella regione.

La missione è andata in crescita negli anni e conta oggi, per dare qualche cifra, su 4.500 unità militari, 260 mezzi pesanti e sette caccia. Ma i risultati sono ancora fragili, sia per il G5 che per la “cabina di regia” ideata da Parigi con Barkhan: «Le missioni - spiega Casola - scontano difficoltà di varia natura. Il G5 soffre soprattutto di ristrettezze di budget, visto che si tratta comunque di paesi estremamente poveri (il costo dlell'operazione militare congiunta supera di poco i 400 milioni di euro, ndr). Più in generale la presenza francese sul territorio ha permesso di recuperare la sovranità sul territorio, ma in compenso i gruppi armati hanno iniziato ad agire con tattiche di guerriglia “asimmetrica”, sempre complicate da contrastare». All'ultima riunione del G7 di Biarritz, il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno lanciato un appello per rafforzare ed espandere il G5 Sahel .

Ci vorrà il suo tempo, come sa bene chi osserva i progressi sul territorio. L'ambasciatore Andrea Romussi è stato incaricato dalla Farnesina di inaugurare la sede diplomatica di Oaugadougou lo scorso aprile: « Sono in corso dei programmi di training delle forze militari locali - fa notare - Ma le competenze non si costruiscono da un giorno all'altro». Il compito non è facilitato dall'assenza di stabilità che percorre anche l'Europa, oltre alle frizioni con l'alleato più naturale: gli Stati Uniti. Qualsiasi ipotesi di una collaborazione più stretta fra Bruxelles e Washington è pregiudicata dalle tensioni emerse con la presidenza Trump e lo sgretolarsi della impalcatura di rapporti multilaterali che era rimasta in piedi fino ad oggi. In assenza di un quadro multilaterale stabile, fioriscono gli accordi a due fra il Burkina Faso e singoli paesi Ue come la stessa Francia, la Germania, il Belgio e l'Italia.

La sensazione è quella di un quadro sempre più frammentario, non proprio quello che servirebbe a una regione che rischia di implodere per il vuoto di una politica condivisa: «La crisi del multilateralismo impedisce di agire in maniera uniforme sul Sahel e il sostegno al G5 – riflette Romussi – E in effetti quello che va meglio, per ora, sono proprio gli accordi bilaterali». Il rinforzamento annunciato dall'Eliseo è finito sul tavolo del summit del Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (Economic Community of West African States), in agenda a metà settembre a Ouagadougou. I leader dei paesi dell’Africa occidentale hanno messo sul piatto un investimento pari all’equivalente di 1 miliardo di dollari per contrastare la «spirale jihadista» che tiene in ostaggio la regione. Il fondo sarà smaltito tra 2020 e 2024, anche se la sua attuazione dovrà misurarsi con gli stessi ritardi e inefficenze scontati da altre missioni in passato. Nel frattempo «Ouaga» aspetta, nel clima irreale che si è creato nella notte del 15 gennaio 2016: quella degli attacchi al Cappuccino e allo Splendid, due simboli della rinascita interrotta del Burkina Faso e del Sahel. L'atmosfera è distesa, come se la paura rientrasse nella quotidianità. Si attende solo che succeda di nuovo, non si sa a chi, non si sa dove.

Riproduzione riservata ©
  • default onloading pic

    Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, formazione, esteri, innovazione

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

Per saperne di più

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...