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Italia poco “sexy” per gli investimenti industriali esteri: fanalino di coda tra i grandi

di Morya Longo


Csc: crescita zero, occupazione ferma e consumi lenti in Italia

2' di lettura

L'asfissiante peso della burocrazia e dell’apparato normativo. I tempi biblici della giustizia civile. L’efficacia dell’azione di Governo. Gli investitori internazionali - censiti dall'Aibe in collaborazione con il Censis - puntano il dito su questi tre punti dolenti: burocrazia, giustizia e azione di Governo. Sono soprattutto questi nodi a rendere l'Italia poco “sexy”, ai loro occhi, per gli investimenti industriali. Così poco da relegare il Paese all'ottavo posto tra le maggiori economie mondiali per la capacità di attirare gli investitori. Ben dopo la Spagna. Meglio solo di Brasile e Russia. «Il nostro Paese è poco attraente per chi vuole fare investimenti perché ha problemi strutturali che lo penalizzano», osserva il presidente dell'Associazione italiana banche estere (Aibe), Guido Rosa. «Problemi che l'Italia si trascina da anni». Problemi che andrebbero affrontati.

Un altro spread
Mentre in tanti guardano ai mercati finanziari e allo spread tra BTp e Bund per misurare l'opinione che gli investitori hanno dell'Italia, l'Aibe Index è andato a censire uno «spread» ancora più importante: quello degli investimenti industriali. Quello che spinge le industrie estere ad aprire uno stabilimento, un ufficio o un sito produttivo in un Paese piuttosto che in un altro. Ebbene: l'Italia, tra i principali Paesi del mondo, è quasi il fanalino di coda.

Il crollo nel gradimento degli investitori
L’indicatore di attrattività Aibe-Censis è infatti sceso quest'anno a 42,9 (su una scala che va da zero a 100), rispetto a 43,3 del 2018. Se si confronta il sondaggio di quest'anno con quello del 2018, si scopre infatti che diminuisce dal 31% al 6,3% la percentuale di investitori industriali che ritiene più attraente l'Italia, mentre aumenta in maniera clamorosa (dal 16,7% al 60,4%) la percentuale di chi ritiene che il Paese sia diventato meno attraente. Quando vengono in Italia, inoltre, gli investitori esteri preferiscono acquisire aziende già esistenti (lo dice il 33% del campione) piuttosto che aprire uno stabilimento produttivo (la percentuale si ferma all'11,8%). «Questo indice è in fondo lo specchio della mancanza di investimenti industriali in Italia - osserva Rosa -. Perché anche gli imprenditori italiani soffrono per gli stessi problemi».

Il passaggio insidioso delle elezioni europee
La legge di Bilancio, le elezioni europee e l'incertezza economica globale - secondo gli investitori intervistati - non hanno fatto altro che peggiorare la situazione. Gli imprenditori internazionali intervistati non percepisce infatti risolutiva l'ultima legge di Bilancio: solo il 9% di loro la considera positiva per aumentare l'appeal del Paese. Estesa è poi la sensazione che le elezioni europee possano diventare un elemento di criticità per gli investimenti in Italia: lo pensa l'80% del campione. Ma tra gli intervistati una preoccupazione è legata anche al rallentamento economico europeo, e in particolare a quello della Germania. Serve dunque una strategia per rilanciare l'appeal del Paese. Strategia che oggi - dicono gli intervistati - non c'è. Il 52% degli investitori esteri spinge per iniziative interne di autoriforma, il 26% per maggiori investimenti in infrastrutture grazie anche all'utilizzo dei Fondi europei, il 22% per una maggiore integrazione politica ed economica con gli altri Paesi europei.

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