L’evento digitale del Sole 24 Ore

Buti (Ue): Next generation è un cambio di passo, controllo semestrale dei risultati

All’evento digitale del Sole 24 Ore sul piano di rilancio, il direttore generale degli Affari economici spiega la svolta della politica economica della Ue, che richiede una «mobilitazione»

di Riccardo Sorrentino

(Bloomberg)

3' di lettura

Un cambio di passo, un cambio di logica: il controllo semestrale dei risultati dei piani di rilancio nazionali, ai quali sono condizionati i versamenti dei fondi del Recovery plan europeo, è l’aspetto più evidente - ma non certo l’unico - della svolta della politica economica europea. «Si passa da una logica di input a una di output - ha spiegato Marco Buti, direttore generale per gli Affari economici e sociali della Commissione europea e capo gabinetto del Commissario Paolo Gentiloni all’evento digitale del Sole 24 Ore «Pnrr: sfide e opportunità per il sistema Italia».

Rapido ritmo delle verifiche

«Prima il pagamento avveniva a pie’ di lista, ora ci sono obiettivi intermedi e obiettivi finali da superare per ottenere i finanziamenti». Le verifiche si susseguiranno rapidamente perché è la natura stessa del progetto a imporlo: «Dovremo impegnare il 70% delle risorse entro fine 2022 e il resto entro il ’23, e completare il programma entro il 2026-27».

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Uno sforzo collettivo comunitario

Non si tratta però solo di una svolta tecnica. È proprio cambiato l’approccio ai problemi. «C’è uno sforzo collettivo comunitario: siamo anni luce di distanza dalla crisi europea del 2010, quando Sarkozy e Merkel annunciavano accordi intergovernativi che gli altri dovevano seguire», ha aggiunto Buti, riferendosi alla compressione delle istituzioni europee, a favore dei governi, voluto dall’accordo di Deauville, nel 2010, tra il presidente francese e la cancelliera tedesca.

Le remore residue dei Governi

Qualcosa, di quel periodo, è rimasto. Buti non ha difficoltà ad ammetterlo. «All’interno dell’ambizione generale, che ha permesso il cambio di passo, il Consiglio europeo ha però ridotto la portata dei “beni pubblici” europei rispetto alle proposte della Commissione». In questo senso, c’è davvero il rischio - come ha suggerito Alberto Orioli, vicedirettore del Sole 24 Ore e moderatore del panel - di una divergenza tra Paesi. «Noi abbiamo dato un’indicazione di base: una forte priorità alla transizione energetica, alla quale deve essere destinato il 37% delle risorse, e alla transizione tecnologica, alla quale va destinato il 20%: poi i Paesi hanno la libertà di disegnare le proprie strategie», ha spiegato Buti.

La necessità di una mobilitazione

Lo sforzo collettivo non può in ogni caso limitarsi ai soli governi. «L’approccio tecnocratico funzionerà, ma non può andare molto lontano», ha detto Buti, secondo il quale occorre una «mobilitazione generale», più precisamente «un grado di appropriazione collettiva degli obiettivi e dell’approccio del piano».

Guttenberg: solo un primo passo

Una consapevolezza collettiva potrebbe essere utile perché Next Generation Eu sia davvero l’apertura di una nuova fase. Oggi «è uno strumento limitato nel tempo e nelle risorse», ha spiegato Lucas Guttenberg, economista al Jacques Delors Institute di Berlino, che pure crede possa diventare «un primo passo verso una politica fiscale comune»: in passato, ha precisato, non sarebbe risultato possibile, sarebbero sorte obiezioni di ogni tipo. Anche in futuro «occorreranno discussioni politiche, e anche giuridiche, ma in politica quello che è stato fatto una volta, può essere fatto più volte».

In gioco il futuro dell’Unione

Molto dipenderà proprio da come sarà applicato il piano. «Dal successo dei piani nazionali, e soprattutto da quello italiano, che è il più grande, dipenderà il futuro dell’Unione Europea», ha detto Buti, precisando che anche nella futura, possibile discussione sul patto di stabilità sarà determinante «la fiducia reciproca dei Paesi membri che dipenderà dall’attuazione dei piani nazionali».

Merler: Italia beneficiario netto

L’Italia avrà quindi un ruolo importante, ma il piano potrà aiutarci. In un paese che soffre - ha spiegato Silvia Merler, economista alla Algebris Investments - di bassa crescita, legata anche al forte debito pubblico, ma anche di una limitata volontà politica a intervenire strutturalmente (a causa, sostanzialmente della volatilità politica del Paese), il piano introduce «politiche strutturali, di lungo periodo, che mitigano il problema storico che abbiamo». Così come mitiga il peso del debito «il fatto che l’Italia diventa un beneficiario netto» dell’Unione europea. In questo senso, il Paese diventa più appetibile dal punto di vista degli investitori.

Sapelli: coinvolgere le piccole e medie imprese

È importante però - ha concluso l’economista e storico Giulio Sapelli - che il tasso di crescita economica superi quello dell’indebitamento (o il tasso di interesse, come ha suggerito Buti). In questo senso il piano, che porterà a una «centralizzazione capitalistica e anche burocratica», accompagnata da una disgregazione delle politiche in Spagna, Francia, Germania e Italia, coinvolga le piccole e medie imprese. «Il piano non le rende protagoniste», ha spiegato, mentre «governare l’economia dall’alto è molto difficile». Anche perché, ha spiegato, l’Europa con il Recovery Plan entra nel mondo dell’economia regolata senza uno stato di diritto, senza una costituzione europea e con paesi dal diverso potere.

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