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BuzzFeed e Verizon tagliano: new media assediati da Google e Facebook

di Marco Valsania

Facebook si lancia anche nelle televendite

5' di lettura

È stato un «bagno di sangue» per i media digitali. Pochi forse se ne sono immediatamente accorti e hanno legato assieme le notizie, ma nel giro di poche ore Verizon ha annunciato il taglio in settimana del 7% dei posti di lavoro nella sua «nuova» divisione media, formata con grandi speranze dalla combinazione anzitutto di Aol e Yahoo. E BuzzFeed ha più che raddoppiato le notizie pessimistiche decidendo l’eliminazione di ben il 15% dei propri dipendenti. In tutto un migliaio di impieghi evaporati in un attimo e che promettono di non essere gli ultimi e svanire.

Il messaggio? Il settore media - anche quello nuovo e non solo i marchi storici; anche quello forse tuttora più avanti di tutti, il comparto statunitense - rimane sotto enormi pressioni, alla ricerca di strategie e modelli di business che lo rendano sostenibile e redditizio invece che soggetto a crisi dopo crisi. Perché sempre più alla mercé della presenza ingombrante dei colossi che oggi risucchiano quasi interamente l’ossigeno della pubblicità online e di qualunque concorrenza, da Google di Alphabet a Facebook. Semmai, anzi, ancor più in loro balia, nel caso del caso dei “titoli” digital, perché difficilmente questi possono avere la presa in abbonamenti che può forse salvare brand giornalistici del calibro del New York Times e Wall Street Journal.

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È stata forse una coincidenza - ma ugualmente rivelatrice - che il «massacro» dei posti di lavoro (il numero di giornalisti americani si è già dimezzato negli ultimi anni e ora minaccia di toccare anche ai più giovani, ai più versati nel digitale e ai tecnici) sia avvenuto nello stesso giorno nel quale una cordata di associazioni per privacy, giustizia sociale e diritto all’informazione ha spedito una veemente missiva alla Ftc che invoca il breakup di Facebook: ha chiesto che quantomeno debba scorporare «prodotti» popolari quali WhatsApp e Instagram. Simili acquisizioni sono divenute oltretutto, agli occhi dei critici, il simbolo di come l’innovazione nei colossi digitali si ormai fatta spesso a colpi di acquisizioni di potenziali avversari. È una sceneggiatura, il soffocamento o cooptazione di rivali, le cui conseguenze potenzialmente deleterie, si sono già viste ripetutamente in passato, ad esempio nel mercato dei browser. La Ftc difficilmente ordinerà un breakup, ma potrebbe imporre multe per violazioni della privacy, scarsi controlli sul contenuto e pratiche monopolistiche sull'onda delle nuove critiche mosse dall’Electronic Privacy Information Center, da Color of Change e dell’Open Markets Institute.

I due annunci ora arrivati di ristrutturazione nei media digitali si prestano a un esame più attento che evidenzia le irrisolte e sempre più urgenti sfide di business nel clima attuale di concentrazione e continua trasformazione. I centinaia di posti di lavoro - forse 800 - eliminati dal Verizon Media Group riguardano marchi che vanno da Yahoo a Aol e all’Huffington Post. «Sono state decisioni difficili», ha detto il chief executive della divisione Guru Gowrappan. Aggiungendo che l’obiettivo è «stabilizzare il business» oltre a investire in video e mobile (un obiettivo che secondo alcuni analisti se non perseguito con attenzione rischia di rivelarsi a sua volta deludente). Quella divisione, vale ricordarlo, era nata sotto ben altri auspici tra il 2015 e il 2016 a colpi di acquisizioni per oltre 9 miliardi di dollari. Ma le entrate sono diminuite invece di aumentare e il gruppo ha cancellato l’obiettivo di dieci miliardi di ricavi entro il 2020, annunciando piuttosto in dicembre una svalutazione da 4,6 miliardi delle attività (ora valutate 200 milioni) e cambiandone il nome da Oath appunto a Verizon Media. Una riscossa, in queste condizioni, appare più lontana che mai.

BuzzFeed, nel tagliare 250 impieghi, ha a sua volta promesso di riorientare la propria attività e di investire in aree teoricamente redditizie quali e-commerce e contenuti offerti su licenza. I tagli appaiono, tuttavia, agli scettici destinati anzitutto a un altro obiettivo: preparare il marchio, come altri rivali influenti e oggi minori nell’universo digitale, a possibili fusioni o cessioni. BuzzFeed, originalmente pioniere dell’informazione leggera e della pubblicità che sembra giornalismo (il native advertising), ha visto quei canali progressivamente inaridirsi. Più di recente ha anche investito nell’informazione vera e aggressiva. Per l’azienda questo è però diventato ad oggi un ulteriore costo, anche se non sono mancati importanti riconoscimenti e un innalzamento del profilo: è stata finalista per il premio Pulitzer nel giornalismo internazionale per inchieste su Vladimir Putin e i suoi piani per eliminare dissidenti e critici. Nei giorni scorsi è inoltre finita al centro di intensi dibattiti per un articolo che ha indicato come il presidente Donald Trump avrebbe ordinato al suo (ora ex) avvocato Michael Cohen di mentire al Congresso sui suoi legami con Mosca. La storia è stata in parte definita “non corretta” dagli inquirenti del procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller; BuzzFeed ha replicato difendendone la sostanziale accuratezza. Lo scontro ha tuttavia evidenziato i rischi inerenti al business giornalistico.

Per BuzzFeed, ad ogni modo, i nuovi tagli non sono i primi: nel 2017 aveva già eliminato cento posti di lavoro nella divisione business e ristrutturato alcune attività, chiudendo operazioni in Francia e la produzione di podcast. Da allora le entrate hanno tenuto, circa 300 milioni nel 2018. Ma il chief executive Jonah Peretti ha ora ammesso che «sfortunatamente la crescita delle entrate da sola non basta al successo nel lungo periodo. La nuova riorganizzazione ridurrà i costi e migliorerà il modello di gestione». Potrà cioè evitare, almeno per il momento, emergenze che imporrebbero la raccolta immediata di nuovi fondi da investitori.

Altri nomi dei new media sono finiti nel mirino di polemiche e di scosse, noti e meno noti. Di recente l’editore online Mic, per sopravvivere, ha annunciato la propria cessione a Bustle Digital Group per 5 milioni. Refinery29, sito dedicato al lifestyle e ad un pubblico di donne millennial, ha licenziato il 10% dei dipendenti. E il più grande Vice Media, con sede a Brooklyn, da novembre ha annunciato cambi al vertice e una riduzione del 15% della sua forza lavoro, se possibile attraverso un congelamento delle assunzioni e partenze volontarie. Di recente il suo traffico mensile ha visto un declino a 27 milioni di utenti dai quasi 50 milioni raggiunti due anni or sono. Secondo indiscrezioni, Vice dovrebbe aver perso 50 milioni nel 2018 dopo i cento bruciati l’anno precedente. La strategia prevede un maggior focus su produzioni video, tv e film, e sull’agenzia pubblicitaria interna Virtue, una tendenza, quest'ultima a produzioni commerciali per conto terzi, perseguita da molti nei nuovi e vecchi media. Rimane da vedere se questo porterà davvero i risultati sperati, soprattutto finanziari. È un interrogativo sul futuro che oggi imperversa sul fronte dei media digitali oltre che tradizionali, e sulle loro continue permutazioni.

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