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Bye bye Bercow: lascia il grande nemico di Brexit

Lo speaker della Camera dei Comuni, John Bercow, lascia la carica dopo dieci anni. È stato eletto per la prima volta nel 2009. Durante il referendum del 2016 per decidere se uscire dalla Ue, si era schierato per rimanere

di Angela Manganaro


Il meglio di John Bercow, lo speaker della Camera dei Comuni che governa il caos-Brexit

4' di lettura

Londra ama la festa dei morti degli altri. Nei musei e nei quartieri le celebra tutte, non solo l’americana Halloween o la messicana Dia de los muertos, la città ènaturale palcoscenico di vecchie tradizioni e nuove fantasie. Quest’anno però, lo spettacolo è nel Kent: là sabato 2 novembre si brucia John Bercow, lo Speaker della Camera dei Comuni che oggi 31 ottobre, dopo dieci anni, si dimette.

Nella fascinosa campagna inglese Edenbridge Bonfire Society celebra ogni anno, intorno al 5 novembre, la notte del 1605 in cui venne sventato il complotto per far saltare in aria il Parlamento. Ogni anno si sceglie una celebrity da mettere al rogo, quest’anno tocca a Bercow, il grande nemico di Brexit. Il riferimento è chiaro: negli ultimi mesi, forse qualcuno più di qualcuno avrebbe voluto far saltare il parlamento. Bercow lo ha impedito.

La bestia nera dei Brexiteer

Su Youtube c’è la statua di carta dello speaker vestito di nero come lo abbiamo visto in questi ultimi due anni, durante le travagliate sedute in cui ha provato a zittire uno dei parlamenti più rissosi che la lunga storia del Regno Unito ricordi. Il Bercow di carta ha in mano le teste di carta del premier Boris Johnson e del leader laburista Jeremy Corbyn, e non potrebbe essere più chiaro l’omaggio a questo politico nella tormentata ora sempre più sconclusionata saga Brexit.

Poco importa se il feroce vento del Kent abbia poi mozzato la testa del pupazzo Bercow e lasciato al loro posto quelle di Johnson e Corbyn. Bercow ha fatto la sua parte fino all’ultimo: doveva essere un extra secondo copione, alla fine si è preso la scena ed è stato un deus ex machina. Avrebbe dovuto solo arbitrare la partita, a volte si è preso la palla e ha fatto goal. Senza di lui, probabilmente non ci sarebbero state tre proroghe in sette mesi (Brexit era stata fissata per legge il 29 marzo 2019, è stata rimandata prima il 12 aprile, poi il 31 ottobre, ora al 31 gennaio 2020).

Oltre il successo web
Conservatore schierato per il no all’uscita dalla Ue, Bercow è diventato fenomeno web con il video virale in cui grida ai deputati «Order!, order!». Video divertente ma che non spiega quanto questa faccia da teatro inglese abbia dato fastidio alla Brexit.

Lo speaker Tory che in questi anni ha sospeso l’iscrizione al partito per prassi istituzionale, è stata la bestia nera dei Brexiteer, scrivono i giornali inglesi. In effetti, nonostante il ruolo contraddistinto da equidistanza, Bercow ha gestito i lavori parlamentari per l’apporovazione dell’accordo sul ritiro dalla Ue in modo da scoraggiare decisioni frettolose.

Muro contro i leader
L’ex premier Theresa May aveva fretta, Bercow l’ha fermata in vari modi, soprattutto non le ha permesso di presentarsi al parlamento per il terzo voto sull’accordo che il suo governo aveva raggiunto con la Ue: a Westminster May era stata bocciata già due volte, il 18 marzo Bercow non le ha concesso la terza chance.

Lo speaker celebrità è stato il muro contro cui hanno sbattuto la cocciutaggine e l’arroganza dei leader di questi anni. Con l’attuale premier Boris Johnson, sono stati fuochi d’artificio, e non poteva essere altrimenti. Da quando è diventato primo ministro a posto della signora May, Johnson ha puntato subito Westminster, vero ostacolo ai suoi sogni di veloce addio alla Ue «pena la morte in un fosso»: il neopremier ha cercato di rimuovere l’ostacolo in modo muscolare, chiedendo e ottenendo dalla regina la sospensione del parlamento, decisione poi annullata dalla Corte Suprema.

Avversario naturale del premier
Bercow è stato garante e custode del potere legislativo a cui i vari governi hanno tentato di sottrarre il controllo del processo di ritiro dall’Unione europea. Johnson ci ha provato (e ha fallito) in modo eclatante. Nelle ultime due settimane di coabitazione, i due nemici che si detestano istituzionalmente - non si sa se anche personalmente - hanno chiuso in bellezza.

Bercow ha respinto la mozione del governo per rimettere ai voti il 21 ottobre l'accordo su Brexit raggiunto con la Ue ma rinviato già sabato 19 con l'emendamento dell’ex conservatore oggi deputato indipendente, sir Oliver Letwin. Davanti alle pretese del governo, Bercow ha obiettato che l'istanza non poteva essere riproposta nella stessa forma di due giorni prima, quel superSaturday dalle attese enormi finito a niente.

Decisivo fino all’ultimo
In questi concitati giorni in cui conservatori e laburisti hanno deciso insieme di tornare alle urne il prossimo 12 dicembre - elezioni politiche per la terza volta in quattro anni - Bercow ha dato una chance alla mozione del leader laburista Corbyn che voleva votare il 9 dicembre e non il 12 come proposto dal governo. Ha poi concluso con un colpo a effetto, apparentemente un favore a Downing Street. Ha infatti scartato due emendamenti che Johnson e i suoi ministri proprio non volevano: emendamenti che concedevano il voto sia ai 3,4 milioni di cittadini europei residenti registrati nel Regno Unito sia ai sedicenni (uno dei più efficaci slogan di un incallito europeista come il laburista Andrew Adonis recita «Nessuno nato in questo secolo ha votato Brexit»).

In realtà mentre sceglie e scarta emendamenti - Bercow novello Penelope che fa e disfa la tela - lo Speaker oggi dimisisonario ha fatto tutto fuorché un favore gratuito. Perché il governo aveva ufficiosamente minacciato a mezzo stampa che avrebbe ritirato la proposta di voto anticipato, se questi due emendamenti fossero passati. E il voto anticipato, da qualunque parte la si guardi, è l’ultima chance degli europeisti per bloccare il processo di addio all’Unione europea.

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