Ecoturismo

C’è una Grecia dove il viaggio è dell’anima

In una zona isolata di Karpathos si possono vivere esperienze di altri tempi come smielare i telaini, fare trekking, preparare la pasta

di Maria Luisa Colledani


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La zona nord dell’isola di Karpathos è stata quasi sigillata dalla storia e dalla geografia. Così, si perpetuano le tradizioni, come quella - ben viva ad Avlona - di mietere il frumento ancora a mano

4' di lettura

Ancora una curva, e un’immensa farfalla di pietra, appoggiata al monte Profitis Ilias, stordisce gli occhi. È Ólympos, una manciata di case abbaglianti come il sole con qualche pennellata color pastello. È l’estremo nord dell’isola di Karpathos, Dodecaneso profondo fra due ciclopi di nome Creta e Rodi, in mezzo a macchia mediterranea e clima benedetto.

Un centinaio di abitanti sospesi fra cielo e terra, fra sogno e incredulità. Vivono qui 365 giorni all’anno, del tutto autonomi, con tempi che sono fuori dal tempo e alle prese con il dilemma turismo. Accettare le lusinghe delle masse sguaiate e degli euro che arrivano, ma possono distruggere una terra immacolata, quasi sigillata per un fortunato caso della storia, compresa l’elettricità arrivata solo nel 1979, insieme con una strada bianca, primo collegamento vero con il resto dell’isola? Il dubbio è attuale ovunque, qui non è stata convocata la boulé per deliberare ma una terza via è stata trovata per salvare se stessi, la propria terra e la cultura. E potrebbe fare scuola.

«Il turismo ci salverà, se lo sapremo governare e non penseremo troppo ai soldi», dice Evangelia Agapiou, 30 anni carichi di idee e di amore per le tradizioni. Una laurea in geografia ad Atene, un dottorato di ricerca a Mitilene e poi la scommessa su se stessa e la propria isola. Tre anni fa ha fondato Ecotourism Karpathos e propone a piccoli gruppi esperienze d’altri tempi: trekking in zone remote con l’orizzonte a fare da confine, la scoperta di come si smielano i telaini degli alveari o di come si realizzano i makarounes, la pasta tipica di qui, o una notte in barca con i pescatori. «Condividere il nostro vivere quotidiano, così simile a quello dei nostri antenati, significa riprodurlo all’infinito e quindi assicurargli lunga vita, senza contare che così offriamo a tante persone la possibilità di guadagnare con i loro mestieri». Evangelia ci crede, donna tenace come la roccia (anche Karpathos viene da una radice indoeuropea che quello significa), erede di un matriarcato diffuso, dove sono i mariti, una volta sposati, ad andare a casa delle donne, e dove anche il nome del paese è femminile.

Ólympos e l’area intorno hanno una storia millenaria. Dopo la dominazione minoica, arrivano i Dori (il greco parlato qui ha termini introvabili altrove) e l’isola, nel cuore del Mediterraneo, è già nota a Omero (Iliade, II, vv. 905-906). Poi ci sarà la luminosa età classica. Karpathos è - come scrive Strabone - l’isola tetrapolium, delle quattro città: due al sud, Posidium (l’attuale Pigadia, la capitale), Arkesia (oggi Arkasa); due nel nord, Vroukoùnda e Nisyros, nell’isoletta di Saria, a 100 metri di mare da Karpathos. Ma le scorribande dei pirati saraceni cambiano la storia. Vroukoùnda, sul mare, non è più sicura e una settantina di famiglie, verso il VII secolo dopo Cristo, la abbandonano per fondare Ólympos, su, in collina. Posizione dominante, facile da proteggere ma difficile da sfruttare per produrre quanto serve al vivere. Per questo scelgono la piana di Avlona. E, dopo duemila anni, la vita è ancora tutta qui: Ólympos è il villaggio principale, vetrina dell’area, le donne in costume con i loro mantìli in testa, le bancarelle, i forni che sprigionano profumi di vita, l’arte della ceramista Kalliope Pavlidou, gli stivali creati dall’ultimo dei calzolai, Ioannis Prearis, e i formaggi di capra che Evgenia Fourtina offre nella sua taverna Drosia. Potrebbe sfiorarti il dubbio di attraversare solo il vento o un museo a cielo aperto e di assistere a una rappresentazione teatrale. Ma non è così: qui non c’è tempo, solo la vita identica nel suo fluire perché la gioia del vivere nell’operosità non è mai statica ma sempre dinamica.

(foto Nikos Kasseris)

Lo dimostrano gli abitanti di Avlòna: qualche decina d’estate e nei periodi clou della stagione agricola, meno di dieci durante l’inverno. Lavorano perché non ci sono supermercati, né acquisti online, e tutto va conquistato. Tutto viene dalla terra e dall’accortezza nel saperla governare (ai contadini è imposta la rotazione dei campi: frumento, orzo e pascolo). Papa Minas e sua moglie hanno mietuto il grano e l’orzo a mano, persi nel giallo delle spighe. Hanno separato le cariossidi dalla pula, grazie al vento che porta via le impurità e lascia cadere a terra i chicchi. Hanno usato il ventilabro in legno, lo strumento con cui si ventila il grano sull’aia, ricordato anche da Omero laddove l’indovino Tiresia promette il buon ritorno a Ulisse (Odissea, XI, vv. 134-137): «Quando un altro viandante, incontrandoti, Ulisse, dirà che tu hai un ventilabro, allora, confitto a terra il maneggevole remo e offerti bei sacrifici, torna a casa...».

    (foto Nikos Kasseris)

    Sì, faticano molto, fa caldo anche all’alba ma lavorano perché questa è la vita. Nessuna pièce teatrale da rappresentare a uso dei turisti, è solo storia perpetrata nei secoli tanto che il fotografo greco Nikos Kasseris da anni viene a fermare il tempo per un progetto fotografico sulle tradizioni di questa terra. Anna sforna le immense kouloùra, il marito Michalis cerca sale marino laddove c’era Vroukoùnda e oggi ci sono mare turchese, una chiesa troglodita e le fondamenta ben visibili della polis saccheggiata dai pirati.

    Il loro lavoro è memoria del futuro; questi uomini e queste donne sono l’estate del mondo. Non hanno bisogno di nulla. Stessa meraviglia a Diafàni, un villaggio di silenzi e pescatori a pochi chilometri da Avlòna: «Compriamo solo la benzina, per il resto tutto viene dal lavoro e da tanto ingegno», dice Kalliope Kanaki, regina della taverna Delfini, mentre ti offre un fresco trofàlis (latticello) di capra perché la filossenia, l’ospitalità è ben più di una consuetudine. E George Protopapas, battelliere che surfa fra onde e cultura, spiega meglio: «Abbiamo tutto, ad eccezione dell’inutile. Abbiamo soprattutto abbondanza di bellezza». Quella densa di luce che aveva suggestionato anche Henry Miller quando attraversò la Grecia nel 1939: «Qui la luce penetra direttamente nell’anima, apre le porte e le finestre del cuore, sei nudo, esposto, isolato in una beatitudine metafisica che rende tutto chiaro senza che sia conosciuto» (Il colosso di Marussi).

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