Lotta al climate change

C’è l’accordo per «andare oltre» il petrolio e il gas (ma i big non ci sono)

Alla Cop26 nasce l’alleanza «Beyond Oil and Gas» (l’Italia è “amica”) ma i grandi produttori restano fuori: niente nuove licenze e data di abbandono

di Elena Comelli

Reuters

3' di lettura

Il petrolio non è stato al centro della Cop26, pur essendo ancora il combustibile fossile più utilizzato al mondo e il principale responsabile dell’effetto serra, da cui dipende la crisi del clima. La conferenza di Glasgow, però, ha segnato il punto di partenza di una nuova iniziativa internazionale che punta a eliminare gradualmente la produzione di petrolio e gas, lanciata da Danimarca e Costa Rica sotto il nome di Beyond Oil and Gas Alliance (Boga).

Ai due fondatori si sono aggiunti in totale altri dieci partner: Francia, Svezia, Irlanda, Quebec, Galles e Groenlandia come membri effettivi, più California, Nuova Zelanda, Portogallo come partner associati e poi l'Italia al livello più basso tra quelli possibili, come “amica” della nuova alleanza.

Loading...

Al momento è un piccolo gruppo, dove più delle presenze si notano le assenze dei big delle fonti fossili, come Arabia Saudita, Canada, Cina, Russia o Stati Uniti. Ma si attendono nuove adesioni.

Tre livelli di impegni

Per i membri effettivi della coalizione gli impegni sono molto stringenti: non si possono assegnare nuove concessioni o licenze per l’estrazione di idrocarburi e bisogna fissare una data, compatibile con gli obiettivi dell’accordo di Parigi, per porre fine a tutte le attività oil & gas sul proprio territorio.

Il secondo livello di adesione, che riunisce i membri associati, prevede che si compiano passi rilevanti e concreti per ridurre la produzione di combustibili fossili, ad esempio con una riforma dei sussidi alle fonti inquinanti oppure con lo stop ai finanziamenti internazionali per il settore oil & gas. Chi aderisce invece al terzo livello, come l’Italia, non ha alcun obbligo di stabilire una data certa per l'abbandono delle fonti fossili, ma deve semplicemente impegnarsi ad allineare la propria produzione di petrolio e gas agli obiettivi dell’accordo di Parigi.

Questa prima bandierina sulla strada della decarbonizzazione, del resto, è coerente con l’ultimo rapporto dell’International Energy Agency, in cui si afferma che se si vogliono azzerare le emissioni nette di CO2 al 2050 non c’è spazio per nuovi investimenti in risorse fossili e quindi bisogna lasciare sottoterra una fetta molto ampia delle riserve conosciute.

Da qui nasce uno studio dell’University College London appena pubblicato su Nature: Unextractable Fossil Fuels in a 1.5°C World.

Peak oil in vista

In base a questa ricerca il 60% circa delle riserve note di gas e petrolio su scala globale non dovrà essere estratto, così come il 90% del carbone esistente nei giacimenti di tutto il mondo. Per mantenersi in linea con gli obiettivi dell’accordo di Parigi, la produzione mondiale di petrolio e gas, secondo i ricercatori, dovrà diminuire in media del 3% ogni anno da qui al 2050.

Ciò significa che il picco produttivo delle fonti fossili dovrebbe essere già stato raggiunto o sta per essere raggiunto nella maggior parte dei Paesi produttori e che molti progetti già operativi o pianificati nel settore oil & gas sono destinati a non essere più remunerativi.

Queste stime non sono lontane dalla realtà: in base alle ultime previsioni della Iea, la domanda di petrolio raggiungerà il suo picco entro il 2025, molti anni prima del previsto. Lo studio non fa altro che quantificare gli stranded asset, cioè le infrastrutture, come pozzi petroliferi e centrali a carbone, le cui attività sono incompatibili con la transizione energetica verso le fonti rinnovabili e che quindi perderanno di valore nel momento in cui non potranno più essere sfruttate.

Il rischio di «debt trap»

I numeri dello studio, spiegano gli autori, probabilmente sono sottostimati, perché i calcoli si basano su un modello che prevede il 50% di probabilità di limitare a +1,5°C il surriscaldamento globale entro fine secolo rispetto ai livelli preindustriali. Se i governi vorranno avere maggiori probabilità di raggiungere il traguardo fissato dagli accordi di Parigi nel 2015, dovranno abbandonare ancora più velocemente i combustibili fossili rispetto a quanto indicato nello studio, che esclude l’utilizzo su vasta scala delle tecnologie Ccs (Carbon Capture and Storage), su cui permangono molte incertezze.

Sempre in tema di stranded asset, un altro studio della Oxford University sostiene che molte delle maggiori aziende energetiche europee rischiano di restare incastrate in una “debt trap”, una trappola del debito, da almeno 114 miliardi di euro.

La cifra fa riferimento alla potenziale perdita complessiva di valore degli investimenti fossili: in pratica, le aziende potrebbero non essere più in grado di ripagare i debiti contratti per finanziare progetti nel carbone, gas e petrolio, perché quei progetti non daranno più i profitti previsti.

Ecco perché le compagnie del settore, secondo questo studio, devono accelerare gli investimenti nelle fonti rinnovabili e così garantirsi nuovi flussi di cassa con cui compensare e mitigare le perdite degli asset fossili.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti