Interventi

C’è troppo Stato nella versione italiana del Next Generation Eu

di Giorgio Barba Navaretti

3' di lettura

La ridenominazione italiana del Next Generation Eu in Piano nazionale di ripresa e resilienza, acronimo Pnrr, annichilisce la dimensione visionaria di una misura strategica, che impegna ingenti risorse per ridisegnare sia il patto fondativo tra i Paesi membri dell’Unione europea, sia il patto tra generazioni, per un’Europa inclusiva e di rinnovato vigore economico. Risorse e visione fondamentali per riuscire a invertire il declino economico, l’aumento della disuguaglianza e la riduzione di prospettive per i giovani che affligge soprattutto l’Italia.

La denominazione del programma non è solo questione di etichetta, ma rafforza la percezione di un impianto fondato sul ruolo e sull’azione dello Stato e della sua amministrazione. Il peso maggiore degli investimenti pubblici, rispetto a incentivi e sussidi, nell’ultima versione del piano rende ancora più concreta questa percezione.

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Per quanto le risorse, la cui spesa va certamente pianificata e la regia dell’operazione siano pubbliche, questa è una partita allargata a tutte le forze sociali ed economiche del Paese: famiglie, imprese, associazioni, organi intermedi, tutti. Le risorse pubbliche avranno ben poco effetto se non riusciranno a mobilitare anche gli investimenti privati. L’Europa valuterà l’azione di governo soprattutto sulla base delle leve di sviluppo allargato che riuscirà ad avviare. Per questo l’operazione non può essere unicamente un grande piano pubblico di intervento sul Paese. E per questo non si deve perdere la dimensione emotiva e visionaria dell’operazione. Dunque, intanto proporrei di abolire il titolo Piano ecc ecc. acronimi inclusi, e di utilizzare unicamente Next Generation Eu - Italia in modo da ricordarci cosa significhi davvero questa partita.

Perché c’è bisogno di una mobilitazione generale? Perché i fondi pubblici, per quanto immensi, non basteranno e perché molte delle linee di azione previste dal Governo coinvolgeranno direttamente o indirettamente famiglie e imprese.

Gli investimenti sono il traino fondamentale del Next Generation sul Pil. Il livello di quelli pubblici in Europa prima dello scoppio della pandemia era inferiore alla media degli ultimi vent’anni. Per quanto Next Generation garantisca nuovi fondi, comunque i livelli attuali di debito vincolano l’azione dello Stato. Inoltre, le risorse necessarie in campo energetico in Europa per raggiungere il nuovo obiettivo di riduzione del 55% delle emissioni di gas serra entro il 2030 sono immense, devono aumentare dall’1% del Pil, media degli ultimi 10 anni, al 2,2%, secondo le valutazioni della Commissione. Gli investimenti privati sono dunque fondamentali per integrare quelli pubblici previsti da Next Generation e per raggiungere gli obiettivi ambientali dell’Europa.

Anche sul digitale siamo in ritardo. Il 37% delle imprese europee non ha ancora adottato alcuna tecnologia in questo ambito nel 2020, contro il 27% negli Stati Uniti e l’Italia non è certo all’avanguardia su questo fronte. Ma per molti operatori la grande incertezza e il calo di fatturato registrato nei mesi della pandemia, difficilmente recuperabile a breve, inevitabilmente portano a una riduzione delle spese in conto capitale, che, secondo una recente stima della Bei, rischiano di dimezzarsi rispetto ai valori del 2019. Far ripartire questi investimenti è indispensabile.

Oltre alla questione quantitativa, comunque molte delle linee di azione immaginate dal Governo coinvolgono direttamente il settore privato.

Ad esempio il capitolo “Innovazione, competitività, digitalizzazione” o gran parte di quello “Rivoluzione verde e transizione tecnologica” riguarda azioni che dovranno essere attuate da imprese e famiglie. E anche i programmi infrastrutturali non potranno essere portati avanti nella dimensione prevista senza il mercato.

La questione fondamentale è dunque quanto Next Generation sarà in grado di indurre questi investimenti e a spostare parte dei risparmi delle famiglie verso il settore produttivo. L’operazione non è semplice. Ad esempio il ritardo digitale di molte imprese spesso non dipende da una mancanza di risorse, ma da una riluttanza a spostarsi verso nuove tecnologie e modi di produrre o comunicare e da una mancanza ormai cronica di competenze. Anche in passato, le misure di incentivo Industria 4.0 hanno avuto molto successo, ma non tutte le imprese le hanno adottate. Senza dimenticare poi le complicazioni burocratiche all’utilizzo degli incentivi messi sul tavolo dall’esecutivo.

Dunque il Governo, oltre a investire, dovrà incentivare e motivare l’azione congiunta di famiglie e imprese, e allo stesso tempo aiutare a superare i colli di bottiglia che scoraggiano l’iniziativa privata. Un programma colossale di rifondazione che dovrà riuscire a conciliare sviluppo economico e coesione sociale. Non semplice. Certo il titolo del programma non cambia la sostanza delle cose, ma potrebbe dare un segnale chiaro sulla direzione di marcia.

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