parigi

C’era una volta... Sergio Leone

di Stefano Salis

4' di lettura

Ovviamente si inizia con un bel «C’era una volta»... E c’è anche adesso: la morale, anticipiamo tutto, alla fine, è sempre questa; anzi, come se non bastasse, ci sarà ancora e ancora, ogni volta che ripeteremo la storia, a noi stessi o ad altri. Non ci poteva essere titolo, incipit, intuizione e “ragione sociale” migliore per una mostra che si ripromette di farci compiere un viaggio insieme a chi, di queste quattro piccole paroline, che da sempre spalancano mondi grandissimi, aveva addirittura deciso di fare un marchio di fabbrica: quasi l’essenza stessa della sua, immensa, e mai ben del tutto approfondita (benché apprezzatissima dal pubblico), arte. Spudorato, senza infingimenti, e senza paura, così era Sergio Leone (1929-1989) nel momento stesso in cui decideva che il film che aveva in mente si poteva fare: e il “succo” era lo stesso, che si trattasse di un peplum, del più “stracciato” dei western (genere che lui non reinventò: stravolse e rifondò proprio, dandogli nuovi significati e stilemi formali), del film alto, “d’autore”, che tracciava il ritratto, di un’esistenza, di un gruppo di amici, e di un’epoca: vi racconto una fiaba, perché nelle fiabe è la sapienza e l’esperienza del mondo, perché è nel mito che affonda le radici la nostra essenza di uomini, perché il racconto è il fine e il mezzo con il quale vi incanterò; perché solo così supereremo, io da questa e voi dall’altra parte dello schermo, il tempo che ci è dato vivere.

E dunque la mostra alla Cinémathèque française a Parigi, è giustamente intitolata «C’era una volta Sergio Leone» (fino al 27 gennaio 2019, e poi, speriamo, a Roma) ed è un tuffo nel mondo e nell’arte del regista romano; realizzata grazie alla tenacia con la quale la Fondazione Cineteca di Bologna ha amorevolmente, in questi anni, ne ha “rincorso” il mito, affidandolo alle cure del direttore, Gian Luca Farinelli che firma l’esposizione (con la collaborazione di Antonio Bigini e Rosaria Gioia) e, insieme al massimo esperto del cinema di Leone, Sir Christopher Frayling, molto più che un catalogo (La Révolution Sergio Leone, Editions La Table Rotonde, pagg. 512, € 26,50); una vera miniera e un ragionamento profondo intorno al cineasta.

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Il West, la Rivoluzione, l’America e – si dovrà presto aggiungere – il Cinema, sono argomenti fondativi che Leone (figlio d’arte: il suo primo nome da regista, Bob Robertson era omaggio a Roberto Roberti, alias di suo padre Vincenzo) non si è mai stancato di circumnavigare e ricapitolare, di volta in volta aggiungendo mito a mito, epica a epica, azione a riflessione, riso a pianto, eroismo a bassezza. Solo 7 film e un’intera cosmogonia portatile che qui trapela, per appunti e divagazioni, per sostanza e sogno, in tutta la sua enigmatica, ironica e persino bizzarra bellezza. C’è il memorabilia per gli aficionados (dal poncho di Clint Eastwood in «Per un pugno di dollari», il film che gli diede gloria e riconoscibilità, alla ricostruzione delle scenografie di quel grande artista che fu Carlo Simi), il cult per i cinefili (rimandi e citazioni esplicitate in appositi schermi; le foto di scena nelle quali Leone mostra, nel dettaglio, agli attori come mettersi esattamente per ciascuna situazione; la trasformazione da book fotografico dell’attore a “maschera” per il cinema di Leone), l’amarcord per gli spettatori semplici (e ci si strugge mentre scorrono indimenticate le musiche di Morricone, suo compagno delle elementari, con tanto di foto di classe in mostra), il documento per i secchioni, che emoziona forse ancora di più: quello che ti fa essere dentro la macchina narrativa, nel quale vedi fonti e rimandi (la biblioteca privata di casa, la quadreria, che darà spunti per le immagini dei film, da De Chirico al, sottinteso, Magritte; i contratti cinematografici e le sceneggiature originali, pezzi unici rilegati in marocchino rosso, dal valore di feticcio).

Il cinema di Sergio Leone e l’allestimento che qui lo “concentra” ed evoca (uscirete, garantito, con la voglia di rivederne i film e capirete quanto ci sia di lui nel cinema di oggi) è d’attualità disarmante, e non c’è bisogno che ce lo dica Tarantino. Primo regista post-moderno è stato detto di Leone: forse; certamente autore di grande qualità, nella lunga scia che parte da un signore che si chiamava Omero e le immagini, essendo cieco, le creava, per gli altri, a voce, proprio come Leone raccontava i film... Il cinema di Leone costruisce un’etica e un’estetica inconfondibili, primordiali e sempiterne: pochi principi, bene e male, con vasti inserti di incertezza, e l’eterna lotta incarnata: cowboy e messicani, cacciatori e cacciati, buoni e cattivi, troiani e greci, giusto e sbagliato, vita e morte (ultimo tema e tema ultimo dei suoi film). Siamo sempre lì.

«Pensavo fosse un’avventura. E invece era la vita», disse una volta Joseph Conrad, ed è il perfetto “compimento”, citato in catalogo, di questa mostra, di questi film, di quest’opera, breve e immensa, che Sergio Leone ha realizzato, lasciandocela in perenne eredità. E cos’altro sarebbero, dopotutto, se non questo, la letteratura, il cinema, l’arte – le storie, insomma, che ci tramandiamo e il modo in cui lo facciamo, ostinatamente, con forza e commozione: a voce, per iscritto con parole ritmate, a gesti, per suoni, per immagini, inquadrando in primissimo piano gli occhi stretti di un cowboy che sappiamo vincerà il duello, mentre una musica avvolgente ci riempie la testa? O il sorriso enigmatico, ultima scena, che riassume una vita e rilancia l’enigma allo spettatore? Quando «controluce / tutto il tempo se ne va», come direbbe Paolo Conte, non ci resta che esclamare con convinzione «C’era un volta»... noi! Che in quello schermo, in quelle storie, in quelle pause, in quel tempo dilatato, ci siamo riconosciuti, abbiamo vissuto, amato. Forse sognato. Ma forse no.

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