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C’erano una volta i Pigs: ora i rendimenti dei titoli a 10 anni sono vicini allo zero

I bond dell’Irlanda sono negativi, quelli di Spagna e Portogallo a un passo

di Vito Lops


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3' di lettura

C’erano una volta i Pigs. Questo acronimo - che ingloba Portogallo, Italia, Grecia e Spagna - è stato inventato dalla stampa anglosassone ai tempi dell’ultima crisi finanziaria del 2007 con una evidente nota dispregiativa (Pigs in inglese significa “maiali”). Oggi però i Piigs (l’acronimo è stato aggiornato nel 2010 con l’aggiunta dell’Irlanda) non destano più preoccupazione sui mercati finanziari. Potremmo dire che il «maiale è congelato». Lo dicono chiaramente i rendimenti. La curva dell’Irlanda è finita sottozero addirittura fino alle scadenze di 10 anni. Spagna e Portogallo sono vicinissime al livello di neutralità sul decennale: i rispettivi tassi viaggiano allo 0,11% e allo 0,13% e in settimana hanno aggiornato nuovi record a pochi centesimi dalla soglia “no cost”.

Quanto alla Grecia - che a differenza degli altri Paesi dell’acronimo non ha mai beneficiato degli acquisti della Banca centrale europea nell’ambito del programma di quantitative easing tra marzo 2015 e dicembre 2018 - i tassi sono un po’ più alti ma il crollo, considerato dove si trovava Atene fino a poco tempo fa, è ancora più eclatante. Ieri il tasso a 10 anni è piombato all’1,55%, nuovo record al ribasso. Un anno fa era al 4,2%. Durante la crisi dei debiti sovrani era volato oltre il 10%.

Dei Piigs (o Gipsi come sono stati tradotti altrettanto dispregiativamente negli Stati Uniti dove “gipsy” sta per zingaro) quella che ispirava ultimamente meno fiducia era proprio l’Italia. Ma nelle ultime sedute - come dimostra il violento calo dei rendimenti anche sulla carta italiana - il clima è decisamente più sereno anche dalle parti di Roma.

Bond governativi e corporate, ma anche azioni nel mirino del QE

Il ritorno della fiducia sui Piigs (chi più, chi meno) è dovuto soprattutto alle recenti politiche economiche adottate in conformità con le richieste dell’Unione europea. Non va però dimenticato che i livelli di indebitamento pubblico di Grecia (181% del Pil), Portogallo (122%) e Italia (132%) restano elevati e ampiamente sopra la media dell’Eurozona (90%). Mentre la Spagna soffre ancora di un forte indebitamento privato. Inoltre la copertura offerta dalla Bce con il primo quantitative easing e con il probabile secondo (nel quale potrebbe anche essere inclusa la Grecia) offrono agli investitori internazionali un’ulteriore segnale di fiducia. Senza di questa i tassi sarebbero probabilmente più alti.

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Lo spettacolare calo dei rendimenti globale - che ha portato il controvalore delle obbligazioni mondiali che offronorendimenti negativi al record di 17mila miliardi di dollari - ha poi fornito un’altra mano ai tassi che oggi pagano i Paesi della periferia dell’Eurozona (altro modo spesso usato per definire i Piigs). Ma c’è anche un lato brutto della medaglia. Se i tassi stanno calando è soprattutto perché gli investitori iniziano a scontare una sorta di “giapponesizzazione” dell’Eurozona. Le prospettive di inflazione da qui a 10 anni sono crollate all’1,2%, lontanissime dall’obiettivo della Bce («inferiore ma vicino al 2%»). Così ci si aspetta nuove forti misure espansive da parte della Bce che però negli ultimi 10 anni ha già acquistato titoli pari al 44% del Pil dell’Eurozona. Con nuovi forti stimoli rischierebbe di alimentare l’attuale bolla sui debiti sovrani. A quel punto il confine tra politica monetaria e politica fiscale diventerebbe sempre più labile come peraltro accade in Giappone, dove la BoJ detiene titoli pari al 103% del Pil. Gli economisti chiamano questo scenario “trappola della liquidità”. Non riguarda solo i Piigs, ma ancor di più i Paesi core dell’Eurozona (i tassi in Germania sono negativi fino a 30 anni). Ma potrebbe essere la miccia della prossima crisi.

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