Storie

Ca’ Granda: dall’agricoltura fondi per la ricerca al Policlinico di Milano

La Fondazione possiede 8.400 ettari di terreni dati in affitto: gli utili sono destinati a ricerca, umanizzazione delle cure e tutela dei beni culturali

di Alessio Romeo

I terreni della Fondazione Patrimonio Ca’ Granda si estendono su 8.400 ettari che vanno dal Ticino all’Adda

3' di lettura

Cibo, ricerca e salute. L’agricoltura come produttore di beni pubblici per eccellenza. Senza ricorrere alla vecchia teoria economica dei fisiocratici sul “primato del primario”, si può dire che la Fondazione Patrimonio Ca’ Granda – qualcosa come cento cascine e 2mila unità immobiliari distribuite su oltre 8.400 ettari che vanno dal Ticino all’Adda, circa il 6,5% della superficie agricola delle provincie di Milano e Lodi nella principale regione agricola italiana e un patrimonio stimato in 617 milioni frutto di sei secoli di donazioni – rappresenta un unicum in una realtà strutturalmente frammentata come quella dell’agricoltura nazionale.

Una Fondazione che fa agricoltura, che trae cioè le proprie risorse dalla valorizzazione di un enorme patrimonio rurale pubblico affidato dal Policlinico di Milano, producendo soprattutto riso e latte, con la missione di sostenere la ricerca scientifica in un’unione di doppio valore sociale. Partendo dalla sostenibilità economica, certificata dal bilancio 2020 chiuso con 5,6 milioni di ricavi e un utile netto di oltre 1,13 milioni che permetterà di finanziare nuovi progetti di ricerca scientifica, umanizzazione delle cure e tutela dei beni culturali del Policlinico. Lo scorso anno la Fondazione ha erogato 700mila euro utilizzati dall’ospedale per la ricerca di nuove terapie genomiche, di cui 580mila euro anche contro il Covid-19, e la parte restante per il restauro del Vestibolo dell’Archivio storico completando il percorso museale interno.

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Negli ultimi cinque anni ha stanziato 4,2 milioni di contributi. «Tutto partendo dalla valorizzazione dell’attività agricola sostenibile», spiega Achille Lanzarini, direttore generale della Fondazione le cui terre, fino all'800, erano destinate alla produzione di alimenti di qualità per i pazienti e i poveri dell’Ospedale Maggiore di Milano (la Ca’ Granda appunto), fondato da Francesco Sforza nel 1456 e oggi noto come Policlinico, che ne mantiene la proprietà. Nella lista dei grandi benefattori che in sei secoli hanno donato alla Ca’ Granda il più grande patrimonio rurale d’Italia ci sono Papi, nobili e imprenditori. «Abbiate cura di ciò che vi è stato donato», è il motto evangelico della Fondazione; lo stemma, dedicato alla Vergine Annunciata, è costituito dalla colomba dello Spirito Santo. Un patrimonio gestito oggi in modo innovativo con un programma di difesa del suolo basato sulla conoscenza scientifica dei terreni.

«La Costituzione italiana – ricorda Lanzarini – è l’unica al mondo, insieme forse a quella del Portogallo che lo fa però in misura minore, a trattare la materia agricola: prevede anche la proprietà privata di uso razionale del terreno e della costituzione di equi rapporti sociali. È chiaro che in quegli anni si parlava del latifondo, ma come dicono i costituzionalisti la Carta è viva e oggi l’uso razionale della terra sta nel ricercare l’unità tra agricoltura, natura e paesaggio, che è cultura. Oggi – aggiunge – viviamo una contrapposizione tra questi valori che invece devono avere unitarietà. Il primo obiettivo dev’essere la tutela dell’agricoltura che è un bene pubblico assoluto. Nel diritto romano a un agricoltore insolvente si poteva pignorare tutto ma non l’aratro e gli strumenti agricoli».

Restituire unitarietà, anche fisica, all’enorme estensione del patrimonio della fondazione è il leit motiv dell’attuale gestione. «La Fondazione ha sempre avuto questa triplice attenzione di valorizzazione non solo di un bene economico, ma anche naturale e culturale – dice ancora Lanzarini –. È chiaro che per farlo bisogna produrre risultati economici per sostenere la ricerca, ma nell’ambito di una strategia equilibrata che tuteli non solo il bene del proprietario ma quello pubblico, che è superiore». Anche per questo, spiega, «abbiamo aperto la fruizione dell’azienda a tutti e con la rete ecologica Ca’ Granda vogliamo mettere in connessione i nostri terreni per ricongiungere gli habitat interrotti dall’impronta umana, perché se gli habitat non sono connessi la biodiversità muore. Abbiamo terreni dal Ticino all’Adda nei confronti dei quali sentiamo la responsabilità strategica di restituire unitarietà tra agricoltura, natura e cultura».

Un’altra particolarità della gestione è rappresentata dal numero degli affittuari. Oltre 250, quando di solito sono le grandi aziende ad affittare i terreni per accrescere le economie di scala (e lo Stato li mette all’asta per fare cassa). «A differenza di altre grandi aziende che aggiungono ai terreni di proprietà quelli che affittano, La Fondazione Ca' Granda i terreni li dà in affitto – conferma Lanzarini – in linea con la nostra missione di garantire la terra agli agricoltori». Senza dimenticare, ricorda il presidente della Fondazione Marco Giacchetti, l’obiettivo di «tutelare l’importante patrimonio culturale al suo interno custodendone l’identità, i valori e la storia, favorendone la sua conoscenza ed esperienza». In 500 chilometri di itinerari si incontrano un’Abbazia, tre Chiese e 14 oratori che i recenti interventi di restauro hanno reso visitabili.

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