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Cabinovie Val Pusteria, gli amministratori locali puntano su vincoli meno stretti

Due impianti per collegare Padola, in provincia di Belluno, e Sesto, in val Pusteria nella provincia di Bolzano

di Giuseppe Latour

Clima: "Non possiamo piu' parlare di cambiamenti, e' emergenza"

3' di lettura

Due cabinovie per collegare Padola, in provincia di Belluno, e Sesto, in val Pusteria nella provincia di Bolzano. Un progetto da circa 45 milioni di euro del quale si parla da almeno dieci anni che, secondo i sindaci e le comunità venete, potrebbe rivitalizzare la zona del Comelico, a rischio spopolamento. E l’opposizione delle associazioni ambientaliste, convinte che quella degli impianti sciistici sia una strada anacronistica, in epoca di cambiamenti climatici.

Dietro la sentenza del Tar Veneto dell'8 agosto scorso cova una vicenda lunghissima. Il progetto nasce nel 2013 e punta a collegare “sci ai piedi” l’area di Sesto Pusteria con Padola e il Comelico, dalla parte opposta, attraverso cabinovie e diverse opere collaterali (oggi sono collegate solo su gomma). In questo modo, secondo chi aveva immaginato il collegamento, sarebbe possibile dare una notevole opportunità di sviluppo economico all’area della provincia di Belluno (sia in estate che in inverno) e alle sue piste da sci. Un'opportunità interessante anche in vista della vetrina delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026.

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Il costo

Tutte le opere costano circa 45 milioni di euro e sono, in parte, già finanziate con fondi pubblici per 30 milioni di euro: 26 milioni arrivano dal Fondo Comuni confinanti, alimentato dalle Province autonome di Trento e Bolzano, che puntano così a sostenere lo sviluppo armonico di alcune aree al loro confine come, per l'appunto, il Comelico; quattro milioni, invece, arrivano dalla Regione Veneto. A questi si sommano fondi privati. «L’obiettivo - spiega Rinaldo Tonon, ex presidente della società degli impianti di Padola - è rivitalizzare le piste e il turismo della zona». L’investimento, però, è stato frenato a più riprese.

Il no della Soprintendenza

Dopo che la Soprintendenza regionale si era espressa in maniera negativa nel 2017, il decreto del ministero dei Beni culturali di fine 2019, con l'apposizione di una lunga serie di prescrizioni per l'utilizzo dell’area, aveva segnato di fatto l'impossibilità di portare avanti l’opera. Contro quel decreto si sono espresse a più riprese le comunità locali (ci sono state manifestazioni di sostegno e c’è una pagina social di cittadini che appoggiano il progetto) mentre, dall’altro lato, le associazioni ambientaliste hanno continuato a sostenere le ragioni del no.

«Questi collegamenti sciistici - spiega Luigi Casanova di Mountain wilderness - in un’area come quella del Comelico non producono l’effetto atteso. In pratica, si tratterebbe di dare lavoro ad appena 15-20 persone, il beneficio sulla popolazione locali sarebbe ben poco. Inoltre, c’è il drammatico tema dei cambiamenti climatici. Arrivare con delle piste da sci a 1.200 metri di quota è una cosa folle: il potenziamento delle aree sciabili è una cosa che ormai andrebbe superata».

Gli scenari

Ora, però, la sentenza del Tar ha riaperto i giochi. Nella direzione corretta, secondo il presidente della Provincia di Belluno, Roberto Padrin: «L’impossibilità non solo di realizzare i nuovi collegamenti sciistici, ma di annullare qualsiasi tipo di intervento, anche solo di sistemazione edilizia, avrebbe compromesso le capacità di sviluppo di un’intera vallata». Questa sentenza - spiega Bruno Barel, avvocato che ha difeso il Comune di Auronzo nella vicenda - «è uno stimolo a riaprire il dialogo tra enti pubblici. L’idea che il rapporto tra Stato ed enti locali passi dai giudici è un fallimento, spero ci si fermi qui. Il giudice ha dato degli spunti di riflessione, ora bisogna sedersi di nuovo attorno a un tavolo».

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