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Caccia al cervo o alla lepre? Saper cooperare è un bene prezioso

di Vittorio Pelligra


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(Adobe Stock)

5' di lettura

Le comunità, le società, le nazioni fioriscono o declinano in relazione alla loro capacità di attivare meccanismi di cooperazione e fiducia. Saper cooperare significa essere in grado di ottenere risultati complessivamente migliori di quelli che si potrebbero ottenere individualmente ed essere nelle condizioni di poter godere dei benefici distribuiti di tali azioni collettive. Ma la cooperazione è, in genere, complicata, perché accanto agli obiettivi comuni, esistono anche gli interessi dei singoli, non sempre perfettamente allineati.

Per gli ottimisti, questo dilemma si può rappresentare come una “caccia al cervo”, per usare la famosa metafora di Jean-Jacques Rousseau, nella quale due amici sono in grado di catturare un cervo solo se riescono ad eseguire un piano concertato che prevede l'azione congiunta di entrambi. Ma, se uno dei due, mentre aspetta acquattato dietro un cespuglio che l'altro spinga il cervo nella trappola, vede una lepre e decide di lasciare la sua posizione per inseguire la lepre, questi andrà certamente a casa con la lepre, il primo, invece, a mani vuote.

La situazione può anche essere pensata a parti invertite. Da questa parabola rousseauiana scaturisce un interessante messaggio: ogni comunità può ritrovarsi in due equilibri differenti: il primo e peggiore, nel quale tutti tornano a casa con una lepre, e un secondo, migliore, nel quale tutti ottengono metà cervo. Il problema è che, mentre la lepre è certa indipendentemente da quello che farà l'amico, la cattura del cervo dipende dalle azioni congiunte dei due, e quindi costituisce un risultato migliore, ma più incerto. Si fonda sulla fiducia reciproca. All'ottimismo moderato di Rousseau molti contrappongono il pessimismo antropologico di Hobbes. Nella sua visione, le relazioni sociali sono più simili ad una guerra di tutti contro tutti. La metafora non sarà più quella di una caccia al cervo, ma piuttosto quella di un “dilemma del prigioniero”, per usare il linguaggio della teoria dei giochi.

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Mentre nella caccia al cervo, se io credo che tu farai la tua parte del piano, allora io sarò spinto a fare lo stesso, nel dilemma del prigioniero, proprio quando io mi aspetto che gli altri facciano la loro parte, nasce la tentazione di non fare la propria. Se mi aspetto che gli altri paghino il biglietto del bus, e quindi ho la certezza che il servizio continuerà ad essere garantito, sarò spinto a non pagare il mio di biglietto. Lo stesso vale per la raccolta differenziata, per le tasse, per l'assenteismo al lavoro, e via dicendo. Questa differenza fondamentale tra la “caccia al cervo” e il “dilemma del prigioniero”, implica che, in quest'ultimo caso, l'equilibrio possibile, per agenti razionali, sia solo uno: tradire. Nessuno farà la sua parte. Nonostante i potenziali benefici della cooperazione siano lì ad attenderci, in una situazione simile a quella del “dilemma del prigioniero”, nessuno sarà in grado di ottenerli. Saremo condannati al conflitto perpetuo e alla decadenza progressiva.

Da queste due piccole parabole laiche, questi due esperimenti mentali, che, nonostante la loro apparente semplicità, così bene descrivono alcune logiche della nostra vita sociale, è possibile trarre un insegnamento non banale: non sempre la capacità di cooperare e quindi di costruire comunità floride e prospere, dipende dalle preferenze, dalle intenzioni, dalla volontà dei loro singoli membri, quanto piuttosto dalla struttura, dalla forma e dagli schemi che abbiamo creato per governare le nostre relazioni. Avere una pre-comprensione delle nostre vite in comune o come una “caccia al cervo” o come un “dilemma del prigioniero”, significa immaginare, progettare e realizzare schemi di relazione, vincoli normativi e meccanismi incentivanti, radicalmente differenti, alcuni dei quali, a parità di credenze, valori e volontà dei cittadini, rendono più facile raggiungere i benefici della cooperazione, mentre altri possono ostacolare il loro ottenimento.

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In uno studio pubblicato di recente, il matematico Babak Fotouhi e i suoi colleghi si sono spinti oltre, chiedendosi se, indipendentemente dal tipo di interazione considerata, esistono strutture sociali e insiemi di relazioni, all'interno delle quali queste interazioni avvengono, che favoriscono o ostacolano l'insorgenza della cooperazione. Utilizzando la teoria evolutiva dei grafi, hanno determinato le condizioni che caratterizzano tutte quelle strutture sociali nelle quali è più probabile che la cooperazione emerga (Fotouhi et al., 2018. “Conjoining uncooperative societies facilitates evolution of cooperation”, Nature Human Behaviour, 2:492–499). Immaginando varie tipologie di network sociali, una stella, per esempio, dove tutti i membri sono collegati ad un solo hub centrale, ma, allo stesso tempo, sono separati tra loro, oppure un reticolo dove, invece, ognuno è in relazione con tutti gli altri, ci si chiede in quali di queste strutture è più facile che nasca la cooperazione tra soggetti che si trovano a giocare un dilemma del prigioniero e, ancora più importante, con quale facilità, tale comportamento cooperativo si diffonda, attraverso l'imitazione da parte degli altri membri del gruppo.

Il dato di grande interesse che emerge da questo studio è duplice: le comunità più fittamente connesse sono quelle più conflittuali, ma anche questi gruppi, che singolarmente sono destinati ad equilibri peggiori, possono diventare cooperativi se si aprono e uniscono, attraverso dei soggetti mediatori, ad altri gruppi, anche loro originariamente poco cooperativi. Questo vale per strutture chiuse come i clan e le organizzazioni altamente gerarchiche, come i network a stella, ma anche per quelle più aperte e con strutture casuali. In tutti questi casi la cooperazione è favorita dalla costruzione di sovra-relazioni, legami, cioè, tra gruppi e reti, favoriti dall'azione di inter-mediatori. Il successo di una comunità, quindi, non è solo funzione della intrinseca propensione alla cooperazione dei suoi membri, ma anche della sua struttura e della sua, mediata, apertura al contatto con altre comunità.

La trasposizione a casi concreti di questi risultati formali è sempre molto problematica e delicata, ma, non di meno, essi sono suggestivi e, proprio perché astratti, fortemente generalizzabili a differenti contesti. Se volessimo distillare un messaggio, forse potremmo concentrarci sul fatto che mentre la creazione di reti altamente interconnesse, sparse e capillari, facilita l'insorgenza di comportamenti conflittuali tipici di uno stato di natura hobbesiano, lo sviluppo di reti composte dall'unione, mediata, di più reti originariamente conflittuali, genera e facilita la diffusione di modalità comportamentali cooperative. Da qui la necessità di interrogarsi sulla figura chiave dell'inter-mediatore. Soggetti o istituzioni capaci non tanto di mettere tutti in contatto con tutti, pensiamo ai social network attuali, per esempio, ma piuttosto di istituire ponti tra gruppi differenti, attraverso relazioni regolate e finalizzate.

Se ne deduce anche un secondo messaggio importante: la cooperazione non è funzione della dimensione delle reti, quanto piuttosto della qualità delle strutture sociali e delle loro connessioni. In questo senso dovremmo rivalutare e ripensare in chiave contemporanea il ruolo di tutte quelle istanze di rappresentanza, dalle commissioni paritetiche agli organismi sovranazionali, dai sindacati alle aggregazioni di enti locali, che mediano, appunto, ordinandole, le relazioni tra gruppi sparsi e diversi.

Che la creazione di uno spazio europeo realmente coeso e l'apertura, mediata, al dialogo con la comunità internazionale, possa magari portare un beneficio anche alla capacità degli italiani di cooperare tra loro, dentro i nostri confini nazionali e nelle nostre istituzioni? I grafi evolutivi, a saperli leggere bene, sembrano suggerire di sì, e così anche l'attuale generazione Erasmus, giovani cittadini del mondo di oggi e adulti responsabili di quello di domani.

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