consumi

Caffè, la chiusura di bar e ristoranti mette in crisi le torrefazioni

Prima i mesi di lockdown totale e ora le chiusure parziali stanno penalizzando pesantemente un comparto da 3,9 miliardi. In frenata anche l’export a -2,6%

di Silvia Marzialetti

Lockdown totale e parziale hanno messo in ginocchio molte torrefazioni

2' di lettura

Centoquaranta milioni di euro persi nei mesi del lockdown e una forte preoccupazione per l’ulteriore stretta che il Governo ha imposto alle attività di ristorazione e a quelle annunciate in alcune regioni con restrizioni più pesanti per Lombardia, Piemonte e Calabria. Nonostante l’exploit delle vendite online, anche il comparto del caffè torrefatto (800 torrefazioni, 7mila addetti e un fatturato di 3,9 miliardi di euro nel 2019) deve reinventarsi per superare la crisi attuale.

«L’azzeramento dei consumi in bar e ristoranti ha messo in ginocchio gli operatori», racconta Patrick Hoffer, presidente del Consorzio promozione caffè, che fa parte di Unione Italiana Food e riunisce aziende impegnate nella produzione e commercializzazione, oltre ai produttori di macchine professionali. L’incidenza del fuori-casa (hotel e ristoranti rappresentano il 53% della quota di mercato, i bar il 46% e il catering l’1%) alimenta forti preoccupazioni anche per il futuro, alla luce delle ultime restrizioni imposte dal Governo.

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Nei mesi estivi l’attività dei pubblici esercizi è ripresa faticosamente. «In un mese – da maggio a giugno – il calo medio del fatturato è sceso dal 50,3% al 41,1% – prosegue Hoffer, che è anche presidente della Torrefazione Corsino Corsini –. Gli imprenditori hanno vissuto chiaramente la difficoltà di tornare ai ritmi pre-Covid in tempi rapidi, anche per l’assenza di turisti».

A rallentare la filiera ha contribuito anche lo scarso approvvigionamento di materia prima. Paralisi della logistica, difficoltà di reperimento della manodopera e, in alcuni casi, chiusura dei porti nei Paesi di produzione, hanno fortemente impattato sui volumi, fermi a 4,66 milioni di sacchi (-9,24%) nel primo semestre 2020 (dati Istat).

Al palo anche l’export del prodotto finito, che con 2,63 milioni di sacchi esportati nei primi sei mesi, ha registrato una contrazione del 2,69%. I cali più evidenti nel commercio con Germania (-11,27), Austria (- 21,5%) e Usa (- 15,11%), che insieme con Francia e Regno Unito rappresentano i principali sbocchi del prodotto torrefatto in Italia.

Oggi, in un regime di semi-lockdown, la criticità maggiore rimane la mancanza di liquidità per le aziende, che ha portato a una paralisi degli investimenti. Secondo le stime Fipe-Confcommercio, a fine anno il comparto della ristorazione rischia di perdere 50mila aziende e 2,7 miliardi di euro solo per effetto dell’ultimo decreto, con ricadute evidenti sulle attività connesse.

«Le aziende più sviluppate sul retail hanno sofferto e continueranno a soffrire meno di quelle presenti solo nel professionale – commenta Hoffer –. Queste ultime stanno cercando di differenziare i propri canali di vendita puntando anche sull’online, cresciuto dell’84% nel primo trimestre del 2020, con un fatturato a 11,4 milioni di euro. Ciò implica una diversa organizzazione del sistema e una catena di valore per il torrefattore completamente differente».

C’è infine un cambio radicale dei consumi, che sta spodestando la tradizionale tazzina bevuta al bar: l’exploit di capsule (370 milioni circa il giro d’affari, + 30% le vendite a maggio scorso) e cialde, che rappresentano il 5% del mercato, con un business di 58 milioni. Nonostante il quadro, Hoffer è ottimista: «Non penso che questo trend si manterrà costante: mi aspetto un effetto rebound e il caffè al bar tornerà a essere protagonista».

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