Persone

Caio: «Su svolta etica e profitti l’Italia è già un laboratorio»

di Riccardo Barlaam


default onloading pic

4' di lettura

«Noi italiani, per storia e ambiente, abbiamo una marcia in più nel valore sociale di impresa. Possiamo giocarcela alla pari con tutti. Se solo riusciamo a usare il nostro capitale umano e gli asset che hanno fatto grande il nostro Paese».

Francesco Caio commenta così la dichiarazione di princìpi appena firmata dai 181 ceo delle principali aziende americane associate raggruppate nella Business Roundtable: «Ogni azionista è essenziale. Siamo impegnati per creare valore per tutti loro, per il futuro successo delle nostre società, ma anche delle nostre comunità del nostro Paese» dicono i ceo delle big company Usa, ponendo fine alla dittatura del profitto e degli azionisti.

L’azienda deve avere uno scopo che diventa fondamentale per il suo successo. «Ormai – ricorda Caio che in questi giorni e a New York come presidente di Saipem per incontrare alcuni investitori istituzionali – sono proprio gli investitori a pretendere e a chiedere uno scopo sociale alle aziende».

A inizio anno, nella lettera agli azionisti Larry Fink, il ceo di BlackRock, primo fondo mondiale per asset, aveva scritto che lo scopo, la missione sociale di un’azienda è fondamentale per fare aumentare i profitti.

«Dopo la lettera di Fink ho cominciato a dire che l’Italia per cultura imprenditoriale è posizionata molto bene con questo nuovo vento di missione sociale che arriva dalle grandi imprese americane. Va solo risollevato lo spirito imprenditoriale. Ma noi abbiamo molto da dire quando si parla di uno scopo».

Il manager ricorda Olivetti. «Nel 1954 Adriano Olivetti quando apre lo stabilimento di Pozzuoli scrive una lettera che conteneva già questi princìpi: voleva portare lo spirito di Ivrea nel nuovo stabilimento di Pozzuoli. Lo spirito di Ivrea era l’obiettivo dell’azienda che per Olivetti era “il futuro dei nostri giovani”». Parole che sono pietre e che negli anni sono diventate stabilimenti, architetture, posti di lavoro, modelli organizzativi, prodotti di successo.

Si potrebbe, secondo Caio, riassumere il modo italiano di fare impresa sociale con il concetto di “attenzione alla persona”. Una prassi che secondo Caio si traduce in cinque punti. «È quello che cercammo di fare ad esempio quando lanciammo Omnitel nel ’93», primo operatore di telefonia mobile privato italiano. Primo: «Avere una strategia di competitività per creare valore». Secondo: «Costruire l’impresa attorno alla persona e al suo desiderio di realizzazione». Terzo: «L’attenzione al territorio. In questo senso la fabbrica è vicina alle comunità che deve alimentare e rispettare». L’altro asset fondamentale dell’Italia che fa impresa - il quarto - è “la bellezza” che si traduce nella capacità tipica italiana di creare prodotti di qualità, l’attenzione allo stile. Il design di Olivetti quando Steve Jobs non era ancora nato. Le città d’arte, la storia, il paesaggio. «Un sistema valoriale che gli investitori chiedono oggi ma che noi abbiamo già». Non si tratta però solo di gloriarsi di un passato ma anche di essere aperti alle innovazioni. E qui si arriva al quinto punto, quello che il manager definisce toccandosi il capo con un dito «il software»: la creatività, il genio italiano, mix di determinazione, intuito e innovazione.

Caio ricorda un altro episodio nella sua esperienza in Merloni come esempio: «Vittorio Merloni mi chiamò nel 1996, sono stato il primo manager esterno a gestirla. Mi chiese di modernizzare l’azienda mettendo al centro i valori legati alla famiglia: Vittorio figlio di Aristide. Fu un’esperienza di successo. Nel 1997-1998 con Nicholas Negroponte del Mit di Boston quando non si parlava ancora di Iot sviluppammo la prima rete locale per digitalizzare le lavatrici». Un sistema capace di leggere automaticamente il miglior momento per far partire un elettrodomestico tenendo conto degli orari e dei costi dell’energia. «Quella esperienza straordinaria di innovazione nacque a Fabriano. Noi abbiamo gli ingegneri low cost migliori del mondo», spiega Caio che racconta un altro primato tecnologico raggiunto con Avio a Cameri per la produzione delle palette dei motori degli aerei di Ge.

L’Italia insomma può farcela e se la gioca alla pari con le grandi società e i grandi Paesi se si parla di centralità valoriale dell’impresa. «Non è una teoria da relegare in qualche opuscolo di marketing». Determinanti sono le risorse umane. «La vera differenza che ho sempre trovato in tutte le aziende dove ho lavorato sono le donne e gli uomini che facevano quell’impresa. Competenze straordinarie che vanno liberate, organizzate e motivate». L’Italia se la gioca nonostante le difficoltà di sistema, la tassazione elevata, l’incertezza normativa e tutti i problemi con i quali un imprenditore italiano è abituato a operare tutte le mattine. «Le difficoltà di sistema non possono diventare un alibi. Quello che va migliorato sono la leadership e la governance. Qui gli americani qualcosa da insegnarci ce l’hanno». Caio racconta degli occhi sgranati e dell’entusiasmo che trova nei suoi studenti al Politecnico. «Certo, la loro prima preoccupazione è quella di trovare uno stipendio, ma se gli dai uno scopo altroché se sono capaci di innovare. Io dico che bisogna tornare ad avere i nostri giovani come missione, come scriveva Olivetti. Dobbiamo attrarli, cercare di farli lavorare nelle nostre imprese e far tornare i talenti migliori. Sono il nostro patrimonio. Il nostro futuro».

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...