credito e imprese

Cala il sipario su Etruria. «Arezzo in crisi di fiducia»

di Silvia Pieraccini

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4' di lettura

Per Arezzo significa dire addio a un pezzo fondamentale di storia economica e sociale. Lunedì prossimo, 27 novembre, Banca Etruria, l’istituto di credito che ha accompagnato la crescita e lo sviluppo internazionale del distretto orafo, che ha inventato prodotti finanziari unici nel settore e canali distributivi altrettanto innovativi (come il commercio online di lingotti), scomparirà per sempre, per effetto della fusione nel gruppo Ubi (che ha rilevato la good bank “ripulita” dai crediti deteriorati creata dopo il commissariamento del febbraio 2015). Il nome Banca Etruria rimarrà solo nei fascicoli giudiziari relativi alle inchieste in corso che coinvolgono gli ex vertici tra cui Pierluigi Boschi, padre del sottosegretario Maria Elena.

Le insegne, nelle filiali come nell’ex centro direzionale di Arezzo, sono già state sostituite. Dal punto di vista pratico per imprenditori e risparmiatori cambierà poco: solo tre piccoli sportelli saranno chiusi, nessun dipendente sarà licenziato. Ma dal punto di vista economico il timore, neppure troppo velato, è che insieme col marchio Banca Etruria tramonti per sempre l’epoca dell’oro, intesa - qui sì - in senso letterale prima ancora che figurato.

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«È un dolore atroce, una ferita ancora aperta – dice Ivana Ciabatti, battagliera produttrice di lingotti d’oro con la sua Italpreziosi e presidente nazionale di Federorafi – perché Etruria era la banca del territorio, era la “mamma”: tutte le aziende, qui, sono nate con Banca Etruria e il danno più grande causato dal crac non è solo quello finanziario, ma la perdita di fiducia».

Il legame ora si è spezzato. «Etruria era la banca “di casa” - aggiunge Fabrizio Bernini, imprenditore del settore hitech con Zcs (robotica, software) e vicepresidente di Confindustria Toscana Sud (Arezzo, Siena, Grosseto) - e per lungo tempo ha agevolato l’accesso al credito dell’imprenditoria locale. Ma poi questo credito è venuto a mancare proprio nel mezzo della crisi di mercati e prodotti, quando le aziende ne avevano più bisogno per continuare a operare». Prima i problemi patrimoniali di Banca Etruria, poi la crisi di liquidità.

Per il territorio è stato uno choc: i risparmiatori che si sono visti azzerare i bond subordinati sono scesi in piazza per reclamare i soldi investiti, le imprese chiamate da un giorno all’altro a restituire i finanziamenti hanno cominciato a traballare, disorientate. «È stata dura – ricorda Andrea Fabianelli, ex presidente degli industriali e imprenditore alimentare – per tamponare la situazione Confindustria ha cercato di fare accordi di filiera con altri quattro o cinque istituti territoriali, che potessero sopperire all’assenza di Banca Etruria. Ma sia chiaro: se la banca è finita male, è perché ha dato credito a chi non doveva, e perché chi aveva il compito di controllare non ha controllato».

Insieme al credito ad Arezzo si è interrotto anche il prestito d’uso, cioè lo strumento tipico del comparto orafo di cui Banca Etruria era regina: è mancato l’oro da lavorare proprio nel momento in cui il prezzo del metallo saliva, mentre gli interessi aumentavano per le aziende che non restituivano gli affidamenti. «E sa qual è stata la conseguenza? – ammonisce Ciabatti –. Che le aziende aretine hanno visto limitata la capacità di innovare e di crescere in un momento di grandi sfide e di grandi opportunità. Altri naturalmente ne hanno approfittato, come la Turchia dove lo Stato interviene per finanziare le imprese».

Sono stati anni difficili per il distretto orafo. Decine di piccole aziende sono andate a gambe all’aria, altre (non solo piccole, anche strutturate) stanno continuando a soffrire ancora oggi. Le imprese sono meno di 1.200, gli addetti diretti 7.500. Il fatturato per il 90% è realizzato all’estero ma il dato dell’export orafo – 1,8 miliardi nel 2016, +5,1% nei primi sei mesi 2017 – che pure sembra confortante e che piazza ancora Arezzo al primo posto tra i distretti orafi italiani, in realtà è “inquinato” dalla forte incidenza della materia prima (che viene fatturata quando si esporta in una serie di Paesi, tra cui gli Usa).

«Un giorno qualcuno dovrà analizzare a fondo i dati sull’export - sottolinea l’argentiere Giovanni Raspini, che da sempre punta su gioielli-moda ad alto contenuto creativo - la verità è che il distretto è ancora sbilanciato su produzioni a basso valore aggiunto: basta pensare che la manifattura mediamente vale 1 euro al grammo e che, se scendi a 90 centesimi vendi sottocosto, se sali a 1,1 euro rischi di non riuscire a vendere. La forbice è stretta, le aziende hanno un cappio appeso al collo».

Quello dell’aumento del valore aggiunto, e dunque della contrazione dei prodotti standardizzati, è la grande sfida a cui è chiamato Arezzo. «Il distretto è ancora in piena trasformazione - spiegano gli industriali - è ferito, incerottato, sofferente, ma quello che si immaginava sarebbe successo all’inizio degli anni Duemila, e cioè la scomparsa, non è avvenuta. Il distretto lotta e stringe i denti, anche se molti piccoli operatori sono morti».

E con le domande aperte sul futuro, e qualche piccolo segnale di ripresa all’orizzonte, i rubinetti del credito tornano a essere strategici. «Ora Ubi deve sbrigarsi a rifinanziare il distretto orafo - sottolinea Bernini - e deve assicurare alle filiali locali quell’autonomia che ha detto di voler mantenere. Se farà così, l’eredità dell’Etruria potrà essere raccolta. Altrimenti la banca rischia di perdere posizioni per sempre». Dal canto suo Ubi arriva spargendo fiducia: «Il rapporto con le imprese orafe non ha avuto flessioni neanche nel periodo più complesso successivo alla risoluzione del 2015» dice Silvano Manella, fino a lunedì prossimo amministratore delegato di Banca Tirrenica, cioè l’ex Etruria che sarà fusa in Ubi, banca che oggi «sostiene con oltre cento milioni gli affidamenti al comparto orafo».

Dall’inizio dell’anno i volumi di metallo concessi dalla banca sono cresciuti dell’8% sia in quantità che in valore. «Il gruppo Ubi vuole rimanere punto di riferimento del settore orafo nazionale e aretino - aggiunge Manella - e continuerà a sostenere le attività dei distretti orafi italiani». Ubi manterrà dunque la specializzazione nell’oro, anche se ha deciso di dismettere la società che si occupava di trading di oro e argento e che è stata in passato veicolo per transazioni nebulose. Quelle transazioni che Arezzo ora vorrebbe dimenticare: «Prima ci hanno identificato con la città di Licio Gelli, poi con quella del crac di Banca Etruria. Il danno d’immagine c’è stato, ora dobbiamo recuperare».

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