intervista a nuccio caffo

«Calabria terra amara ma ci sono gli anticorpi per reagire e sperare»

Amministratore delegato della distilleria di famiglia che produce il noto Amaro del Capo

di Nino Amadore

Nuccio Caffo

3' di lettura

«persino i cellulari quando arrivano in Calabria cominciano a non funzionare bene». È una battuta ovviamente nel pieno di una chiacchierata con Nuccio Caffo, amministratore delegato dell’azienda ormai nota in tutto il mondo per l’Amaro del Capo ma non solo, ovviamente.  Caffo, già presidente e ora commissario della Camera di commercio di Vibo Valentia, ama tantissimo la Calabria.

Quando lo chiamo è di ritorno da Taranto, dove è andato a sovrintendere, diciamo così, a lavori i ristrutturazione dello stabilimento del Borsci San Marzano, marchio storico rilevato dalla distilleria calabrese e salvato. L’acquisto di Borsci è stato il primo tassello di un puzzle più ampio che si è man mano composto con l’acquisizione di Petrus, Ferro-China Bisleri, Friulia . «A Taranto abbiamo comprato un macchinario nuovo e stiamo aspettando le autorizzazioni per ristrutturare lo stabilimento che si estende su 5 mila metri quadrati» dice Caffo.

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Partiamo da qui, dall’azienda. Come va?
Il settore ha perso molto ma noi non possiamo lamentarci: nell’anno della pandemia il fatturato è cresciuto di 10 milioni. Chiuderemo il 2020 a 93 milioni. Certo avevamo calcolato di arrivare a 100 milioni ma la pandemia ha frenato tutto. Il canale Horeca, dove siamo molto presenti, ha perso il 50% ma siamo riusciti ad avere una forte crescita nella Gdo trainata dall’aumento dei consumi a casa.

Non male. Come avete fatto?
Abbiamo alimentato quel tipo di consumi durante il primo lockdown con una strategia precisa dopo aver incassato un calo grosso nel mese di aprile. A quel punto abbiamo deciso di intervenire intanto modificando velocemente il nostro spot cambiando completamente il messaggio e la stessa cosa abbiamo fatto con le telepromozioni o i messaggi radio. Evidentemente la strategia ha funzionato perché siamo passati da un - 65% del mese di aprile a un sostanziale pareggio a maggio e una crescita dell’80% rispetto al giugno dell’anno precedente e a fine giugno avevamo lo stesso fatturato del giugno 2019.

L’altro pezzo di strategia?
L’e-commerce. Noi avevamo una nostra piattaforma che faceva circa 300 ordini l’anno. Abbiamo pensato di rilanciarla: ho chiamato i dipendenti e ho chiesto loro se avevano voglia di lavorarci. Abbiamo spinto su questo versante, per esempio garantendo il trasporto gratuito anche per l’ordine di una sola bottiglia, e l’e-commerce è esploso: ha chiuso il 2020 con 11.000 ordini. Sul fronte del fatturato complessivo l’estate è andata poi molto bene soprattutto per il nostro nuovo Amaro del Capo. La flessione poi è arrivata a ottobre e novembre mentre a dicembre abbiamo un recuperato. Quest’anno sono sicuro che andrà ancora meglio: da qualche mesetto per esempio l’estero ricomincia a rispondere bene.

Cosa avete in programma?
Continuare a sviluppare il nostro business. Nel 2020 abbiamo creato una rete parallela a quella esistente (che ha già un centinaio di persone) che si occuperà di commercializzare i cioccolatini dell’Amaro del Capo e altro. Abbiamo assunto un responsabile di grande esperienza proveniente da Galup. Insomma ci aspettiamo grandi cose anche da questo segmento.

Intanto vi preparate ad avviare una nuova iniziativa in Sicilia.
Esatto: a Santa Venerina in provincia di Catania da dove viene la mia famiglia. L’obiettivo è il ritorno alle origini dopo 70 anni. La struttura è fatta all’80% e abbiamo investito risorse nostre: spero di riuscire a completare tutto entro quest’anno. L’idea è di creare una linea dedicata alla Sicilia con alla base i prodotti dell’isola. Noi mettiamo in campo i nostri 106 anni di esperienza.

Parliamo della Calabria, una regione che continua a sprofondare. Fa riflettere che il simbolo di questa regione possa essere oggi l’aula bunker di Lamezia .
Sembra quasi che faccia a gara con la Sicilia degli anni Settanta con una classe dirigente troppo inquinata e non parlo solo di politica perchè c’è anche la malaburocrazia. C’è stata una cattiva selezione della classe dirigente e il risultato è quello che vediamo costantemente.

Saltano agli occhi, soprattutto in tempo di pandemia, i problemi della sanità.  Ma non c’è solo quella.
Già la sanità: commissariata da dieci anni. È il settore in cui c’è il buco finanziario più grosso ma anche il business più grosso. Nemmeno i commissari sono riusciti a mettere ordine: i dirigenti non rispondono alle indicazioni e azzerare tutto non è facile.

Una terra senza speranza dunque.
La speranza è sempre l’ultima a morire. Perché va anche detto che qualcosa in questi anni è cambiata. Le nuove generazioni di imprenditori non hanno più timore reverenziale: noi ci ribelliamo. Ed è questa la strada giusta. Il sistema una cosa semplice la fa diventare complicata e la confusione regna sovrana a volte volutamente a volte per ignoranza. per i potenziali investitori è drammatico Si è visto in passato come i cavilli abbiano scoraggiato l’iniziativa privata.

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