Fanalino di coda

Calabria, terra martoriata Qui la normalità è rivoluzione

La pandemia da Covid ha peggiorato una situazione economico-sociale già molto precaria. Sotto accusa la classe dirigente incapace o collusa con la criminalità organizzata

di Nino Amadore

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 L’esterno del tribunale

La pandemia da Covid ha peggiorato una situazione economico-sociale già molto precaria. Sotto accusa la classe dirigente incapace o collusa con la criminalità organizzata


4' di lettura

A Lamezia Terme nel giro di un mese lo Stato ha costruito un’aula bunker per quello che è stato definito il secondo maxiprocesso più grande d’Italia, dopo quello di Palermo degli anni Ottanta del Novecento. Alla sbarra più di 300 persone: oltre ai capi della ’ndrangheta e agli associati, tra gli imputati un bel pezzo della classe dirigente della Regione. È il segno dei tempi. E se i segni vogliono dire qualcosa ha un senso anche il luogo in cui è stata ricavata l’aula bunker. Un capannone di tremila metri quadrati che ha ospitato fino a qualche tempo fa un call center. Un’altra illusione ottica di questa terra strapazzata dal malaffare, ferita dai criminali, stordita da una classe dirigente il più delle volte candidata a finire nel girone dantesco degli ignavi o nel girone molto più terreno degli inquisiti (basti pensare all’inchiesta di qualche giorno fa in cui compare persino l’ormai ex segretario nazionale dell’Udc Lorenzo Cesa).

Annalaura Orrico. Sottosegretario ai Beni culturali in quota 5 Stelle dice: «I calabresi hanno perso la speranza e molti si sono assuefatti ma non mancano i segnali positivi»

L’aula bunker è un simbolo ed è destinata a sostituire un altro simbolo di questa terra martoriata: la Cittadella della Regione che sorge alla periferia di Catanzaro, cattedrale di un «potere impotente» come ha detto qualcuno. Perché in Calabria, ormai, c’è una certezza: non cambia nulla, certificando l’impotenza del potere politico e la disaffezione dei cittadini che sempre più spesso rinunciano al voto per non dare una delega in bianco basti pensare che alle ultime elezioni regionali il 56% degli aventi diritto al voto non si è recato alle urne. «I calabresi hanno perso la speranza e molti si sono assuefatti. C’è certo un piccolo fermento in varie aree della regione. Ma c’è un blocco partitico che resiste: i partiti tradizionali da queste parti non hanno alcun interesse a cambiare. Per quanto ci riguarda come Movimento ce ne accorgiamo nelle elezioni locali quando registriamo la rinuncia a impegnarsi da parte di cittadini impegnati nel sociale e nella battaglia in difesa del bene comune» dice Annalaura Orrico, sottosegretario ai Beni culturali, volto fresco e pulito della politica calabrese, eletta alla Camera con il movimento 5 Stelle. Amministrazioni locali presidiate come fortini a tutela di interessi storici: gli enti locali e intermedi come porta di ingresso nel grande mondo dei finanziamenti pubblici, soprattutto dei fondi europei. Enti locali come modello di governo del territorio sperimentato dalla ’ndrangheta che ormai da trent’anni ha investito risorse e energie nell’occupazione di Comuni, Province e aule del Consiglio regionale. Un modello che le ’ndrine hanno creato qui e hanno esportato poi in tutta Italia. «Il potere – ha spiegato qualche giorno fa al quotidiano Domani lo storico Piero Bevilacqua – è trasversale, tutto si tiene grazie a un patto scellerato che annulla le differenze. Lo scambio con la ’ndrangheta e i poteri massonici è la regola. Il ceto politico fonda la sua legittimazione su due grandi bacini: sanità e spesa pubblica». Che poi la sanità è un colabrodo di malaffare con sue aziende sanitarie commissariate per mafia e incapacità, di incompiute e bassi livelli di assistenza (si veda il pezzo in basso). Temi rilevanti soprattutto ora che si è fatto avanti per la candidatura a presidente della Regione il sindaco di Napoli Luigi De Magistris. «Analizzando gli atti giudiziari reperiti dalla banca dati della Dna relativi a reati contro la Pubblica amministrazione aggravati dal metodo mafioso, è possibile ricavare informazioni sul rapporto tra territorio ed eventi di corruzione - si legge nell’ultimo rapporto della Svimez -. La concentrazione maggiore di episodi si registra in Campania e Calabria, rispettivamente con il 39,9% e il 29,1% dei casi, mentre è marginale il peso della Sicilia e della Puglia che, messe assieme, raggiungono appena il 6% del totale la penetrazione nei territori del Centro-Nord delle ‘ndrine è cresciuta negli anni e, per non pochi aspetti, è più efficace, dal momento che aggregano attorno a sé amministratori e politici locali, imprenditori, funzionari pubblici, professionisti, intermediari, mediante proprio la corruzione di altri soggetti dediti all’illegalità».
Il risultato, purtroppo, ormai è evidente. L’ultimo rapporto della Svimez segnala ancora che nel periodo 2008-2014 (gli anni della crisi finanziaria) la Calabria ha perso il 14,3% di Pil a una media del 2,2% l’anno. Il recupero negli anni successivi tra il 2015 e il 2018 è stato dello 0,7% a una media dello 0,2% l’anno. Il 2019 è stato un “successone” con una crescita dello 0,5 per cento. Del 2020 forse è meglio non parlare: la pandemia, è il caso di dirlo, è arrivata in un corpo malato e ha completato, se possibile, l’opera. Quel poco che era stato recuperato si è vaporizzato in pochi mesi di lockdown: la perdita di Pil è stata dell’8,9 per cento. Per il 2021 la Svimez prevedeva una crescita dello 0,6 per cento. Notare la differenza: significa che il valore perso difficilmente sarà recuperato in tempi brevi. È a tutti chiaro ormai che serve un cambio di paradigma: 140 intellettuali di area progressista all’inizio di dicembre dell’anno scorso hanno firmato un documento in cui chiedono di «ripartire dalla normalità, sarebbe una rivoluzione».

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