il graffio del lunedì

Calcio chiuso per coronavirus, ma qualche presidente ancora non si rassegna

Ricordate il tormentone sui calendari, sui diritti televisivi, sui mancati introiti? Le proteste dei presidenti, la rabbia degli allenatori? Tutto sparito, spazzato via dalla forza delle cose. Ma c’è ancora qualcuno che non ha capito

di Dario Ceccarelli


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(Ansa)

4' di lettura

C'è una battuta (quasi) divertente, che circola in rete, che alleggerisce questo diluvio universale di sventure: una volta eravamo noi cittadini a dire ai politici di andare a casa. Adesso, in questa lotta massacrante col virus, sono loro, i politici, i vertici delle istituzioni e dei partiti, a dire a tutti noi italiani di starcene a casa per non fare altri guai. Per non far male a noi stessi e soprattutto agli altri: un concetto che non sempre riusciamo a comprendere nella sua faticosa quotidianità.

È un paradosso che fotografa quanto sia cambiata in tempi rapidissimi l’umore generale di un Paese che, ancora fino a qualche settimana fa, al lunedì, si accapigliava per un rigore non dato, per un velenoso scambio di accuse tra (Antonio) Conte e Sarri, per una partita sospesa o giocata a porte chiuse. Sembrava che il mondo crollasse, che senza tifosi in tribuna, non si potesse andare avanti. Ricordate il tormentone sui calendari, sui diritti televisivi, sui mancati introiti? Le proteste dei presidenti, la rabbia degli allenatori?

Tutto sparito, spazzato via dalla forza delle cose. E del virus che non guarda in faccia a nessuno, visto che ha colpito figure come Paulo Dybala, Paolo Maldini e tanti altri calciatori e atleti che hanno dovuto sbattere la faccia contro il mondo reale. Quel mondo che prima di una partita privilegia la salute, la sicurezza della collettività. Cosa succederà nel Milan? Cosa farà l’anno prossimo Ibra? E chi se ne frega.

L'Inter intanto sta per finire la quarantena. Molti ricettivi, nello sciogliere le file, sono stati invece gli juventini. Un fuggi fuggi peggiore di quello sui treni per il Sud, dopo le restrizioni governative: tutti a casa, come nel film di Alberto Sordi. Il più veloce, la classe non è acqua, è stato Ronaldo preoccupato per la mamma. Poi a scalare…

È saltato il Campionato Europeo, si sono fermati il ciclismo, la Formula Uno, il basket. La stessa Olimpiade di Tokyo è solo una speranza. La fiaccola, già in viaggio, si sta consumando come una candela. Come sarà il mondo il 24 luglio? Vallo a sapere. Il Cio ancora resiste. Non vuole battere in ritirata. Deciderà a breve. Per quanto lo sport sia importante, non sembra una priorità.

Alcuni l’hanno ancora capito. Il cittì della Nazionale Roberto Mancini per il rinvio dell’Europeo non ha battuto ciglio. «Pazienza, lo vinceremo l’anno prossimo», ha detto il tecnico azzurro a chi gli domandava se non fosse deluso. Ma non tutti sono come Mancini che pure, in Russia, con la nazionale, sarebbe arrivavo con il vento in poppa. Altre figure del calcio, invece, non riescono a farsene una ragione. Angosciati dai debiti, e dai mancati introiti, non mollano il colpo. Temono il crack e ora, dopo aver scialato, vogliono tagliare gli stipendi ai calciatori e ridurre gli ingaggi. Perfino il Barcellona, forse il club più ricco del mondo.

In Italia più scatenati sono il presidente della Lazio, Lotito, e quello del Napoli, De Laurentiis. “Tutti in campo, forza con gli allenamenti!” hanno intimato come gerarchi del Ventennio ai loro calciatori poco convinti di una prossima ripresa del campionato. Lotito in extremis ci ha ripensato. Presto forse lo farà anche De Laurentiis, ma cosa deve ancora succedere? Non bastano gli ospedali al collasso? I camion dell’esercito che sfilano nelle vie deserte? Ma dove vivono questi signori? Eppure anche a Roma e a Napoli il virus morde. Forse questi presidenti hanno già in tasca il vaccino? Beati loro. A noi mancano ancora le mascherine.

Che fatica sintonizzarsi sulla realtà. Pensate alla bellissima Atalanta -Valencia giocata a Milano il 19 febbraio a San Siro per gli ottavi di Champions. Una serata magica per i tifosi bergamaschi arrivati in 40mila a San Siro. Che però, secondo una ipotesi della protezione civile, potrebbe aver fatto da detonatore all’epidemia. Un innesco a miccia corta che ha fatto esplodere il contagio a Bergamo. Si poteva già intervenire? Col senno di poi sarebbe stato certamente meglio. Ma nessuno si è posto il problema.

Ma non solo il calcio ha fatto lo struzzo. Anche molti leader politici, alcuni sindaci e governatori, che adesso ci ripetono che dobbiamo stare a casa, venti giorni fa ci dicevano il contrario, che la vita doveva continuare, che le città non si dovevano fermare, che in fondo era una banale influenza. Sbagliare è umano, però quanto tempo perso…

I più sconcertanti sono stati i leader del mondo globalizzato.Da Trump a Boris Johnson, da Macron ad Angela Merkel, pure lei adesso in quarantena. Dopo la Cina e l’Italia avevano già la strada tracciata. Potevano intervenire con almeno due settimane d’anticipo. Dovevano solo copiarci, evitando di ripetere i nostri stessi errori. Invece hanno fatto a gara a chi sbagliava di più. In Francia, dopo averci presi per i fondelli, sono andati perfino a votare per le municipali. In Spagna, fino all’ultimo, hanno continuato con le partite di calcio e le corride. Peggio in Gran Bretagna dove Johnson, incurante della sorte degli anziani, ha detto che gli inglesi non si sarebbero fermati. Ora non c'è in giro più nessuno. Quando ci lamentiamo, pensiamo a chi sta peggio: agli inglesi. Non hanno più la Premier League e hanno Boris Johnson.

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