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Calcio e Borsa, un binomio difficile. Ma ora investono i fondi

di Marco Bellinazzo

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4' di lettura

Calcio e Borsa sono sempre stati un binomio poco sinergico. I rendimenti (scarsi) economici dei club hanno prodotto di riflesso oscillazioni nei della quotazioni prevalentemente al ribasso in questi anni. E la correlazione tra successi sportivi e rialzi dei titoli è stata quasi sempre dovuta a reazioni “umorali” dei tifosi-azionisti.

Il Tottenham è stata la prima società a sbarcare in Borsa ed è rimasta la sola fino alla stagione 1987/88 (prima di uscire qualche anno fa). Nel successivo decennio, altri 11 club ne hanno seguito l'esempio. Dal 1999, c’è stata anzi una vera e propria corsa alla quotazione, con il picco di 36 società raggiunto nel biennio 2001/2003. Dopo qualche anno, a partire dal Regno Unito, però, molti club hanno proceduto al delisting. I club quotati si sono ridotti a 30 nel 2009, per poi continuare ad assottigliarsi, nel 2019, a 22. La maggiora parte oggi sono presenti nello Stoxx Europe Football.

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In Italia, non appena si aprì il dibattitto sull’argomento, alla fine degli anni '90, l'allora presidente della Covisoc Victor Uckmar scandì una sorta di epitaffio: «I titoli legati al calcio sono sconsigliati agli orfani e alle vedove». Un ammonimento inascoltato dalla Consob, guidata da Tommaso Padoa Schioppa, che nel 1997 su pressione dei presidenti più accaniti sul tema (da Cecchi Gori a Cragnotti) modificò le regole che impedivano l'accesso al mercato azionario ai club calcistici prescrivendo l'obbligo di depositare gli ultimi tre bilanci (di cui l'ultimo certificato da una società di revisione), abrogando però il codicillo che imponeva che questi tre bilanci fossero tutti in utile. Il primo club tricolore ad approfittare della modifica regolamentare fu la Lazio di Sergio Cragnotti che si presentò nel 1998 sul listino azionario a 11.500 lire (5,9 euro), rastrellando 120 miliardi di lire. Il 23 maggio 2000 a Piazza Affari sbarcò la Roma di Franco Sensi a 5,54 euro incassando 71,5 milioni di euro. Il 20 dicembre 2001 fu la volta della Juventus che si presentò a Milano con un ambizioso progetto di media and entertainment company sostenuto dall'Ad Antonio Giraudo. Le azioni collocate a 3,55 euro fruttarono 63 milioni di euro al club, 80 milioni alla controllante della famiglia Agnelli Ifi e 5,5 allo stesso Giraudo.

In Borsa sono presenti diverse squadre turche - Besiktas, Fenerbace, Galatasaray e Trabzonspor –, in Olanda c'è l'Ajax, in Germania il Borussia Dortmund, il Lione in Francia e in Svezia l'Aik. Sono quotati inoltre nel Regno Unito il Celtic, i club portoghesi Benfica, Porto e Sporting Lisbona e ben 5 danesi (Copenaghen, Brondby, Aarhus, Silkeborg e Aalborg, tutte quotate in Nasdaq Copenaghen). Giusto qualche mese fa, invece, l'Arsenal ha ritirato le proprie quote dalla Borsa di Londra dopo l'uscita di scena del russo Usmanov e il controllo del 97% del pacchetto azionario da parte dello statunitense Kroenke.

L’ingresso dei fondi
Più di recente però il rinnovato interesse sul calcio capace ad alti livelli di macinare ricavi e profitti sta portando molti fondi di investimento a entrare nell'azionariato dei club. Uno dei fondi attualmente più attivi nel mondo del calcio è il Lindsell Train, istituito dagli inglesi Michael Lindsell e Nick Train che ha acquisito, nel tempo, il 15% del Celtic Glasgow, il 19% del Manchester United, unico club quotato a Wall Street (con una spesa di oltre 120 milioni di dollari), e ha rastrellato a partire dal 2013 il 10% della Juventus, rappresentando ad oggi il secondo azionista dopo la Exor della famiglia Agnelli-Elkann che possiede il 63,7 per cento.

Nel caso dei Red Devils, che vantano una capitalizzazione di oltre tre miliardi di dollari, peraltro le presenze di investitori istituzionali sono numerose: da Baron Capital Group (35%) a Lansdowne Partners (12%) a Jupiter Asset Management (7%). Questi fondi affiancano la famiglia Glazer che controlla i diritti di voto in assemblea grazie alle diverse tipologie di azioni emesse, potendo contare però sui dividendi che vengono assegnati sempre più costantemente.

Anche nell'azionariato della Juventus sono spuntati negli anni fondi che detengono piccoli pacchetti (da Lansdowne al fondo pensione della Royal Bank of Scotland, da Vanguard a BlackRock). D'altro canto, i ricavi del club bianconero sono passati dai 170 milioni del 2008 agli oltre 500 del 2018 e con l'arrivo di CR7 l'incremento dei costi potrà essere compensato da un ulteriore aumento dei ricavi (Adidas ha appena raddoppiato i propri emolumenti al club portandoli ad oltre i 50 milioni a stagione). Anche il club di Torino perciò potrebbe presto tornare a garantire qualche buona cedola agli azionisti. Il valore delle azioni negli ultimi mesi intanto è salito considerevolmente, toccando anche punte di incremento del 130%, e portando la capitalizzazione in Borsa intorno al miliardo.

Ma il business del calcio attira investitori istituzionali anche in altri paesi. Signal Iduna, asset management, ha il 5,4% del Borussia Dortmund e ha acquisito i naming right del Westfalenstadion. I cinesi di IDG Capital Partners hanno in portafoglio il 19,9% dell'Olympique Lyonnais, mentre il 25% del capitale dell'Ajax è ripartito tra Delta Lloyd, Strating, NN Group e Invesco.
Per quanto i club non siano quotati, la proprietà del Fondo Elliott nel Milan, conseguita la scorsa estate dopo il “default” del socio cinese, è senza dubbio un segnale molto significativo. Mentre l'ultimo fondo in ordine di tempo a debuttare, per così dire, in grande stile nel calcio europeo è stato LionRock Capital che ha rilevato per circa 150 milioni il 31.05% delle azioni dell'Inter ancora in mano a Erick Thohir.

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