il graffio del lunedì

Calcio, la serie A riparte con una sola certezza: la Juventus al comando

La Juventus vince ed è già in testa alla classifica di un campionato strano: non solo perché allo stadio possono entrare mille tifosima anche perché si gioca a mercato aperto

di Dario Ceccarelli

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(ANSA)

La Juventus vince ed è già in testa alla classifica di un campionato strano: non solo perché allo stadio possono entrare mille tifosima anche perché si gioca a mercato aperto


4' di lettura

C'è solo una cosa davvero normale in questo campionato che riparte tra mille dubbi: la Juventus. La Juventus che vince ed è già in testa alla classifica. Tutto secondo i piani, intendiamoci, perchè i bianconeri di Maestro Pirlo non devono faticare granché contro la tenera Sampdoria di Ranieri, che sarà anche un veterano di mille battaglie ma nulla può con la sua barchetta a remi contro la portaerei juventina.Dopo 14 minuti di schermaglie, Dejan Kulusevski, attaccante svedese di cittadinanza macedone con un tiro da biliardo spiano la strada al debutto del Maestro. Poi arriva il tris con Bonucci e Ronaldo. Uno squillante debutto in discesa che permette a Pirlo di preparare senza ansie la prossima sfida con la Roma. Nel frattempo, magari, si saprà con quale delle due squadre Dzeko scenderà in campo. Un dettaglio non trascurabile che si spera venga risolto presto.

Intanto Kulusevski continua a fare gol. Che sia una soluzione ? Sarebbe strano: uno che segna facilmente, e si integra bene, nel nostro campionato è troppo banale.

E' un calcio strano, quello ripartito in serie A. E non solo perchè allo stadio possono entrare mille e non più mille tifosi. Tutti ben distanziati e con le mascherine, ma senza striscioni e niente cori. Fa un certo effetto tutta questa educazione nelle curve. Non siamo abituati. Sembra di essere a teatro, dove se qualcuno tossisce chiede scusa. Anche ai tempi del covid, vedete, qualcosa di buono succede.

L'altra stranezza, come dicevamo, è quella di giocare a mercato aperto: non si capisce nulla. Dire che è un cantiere aperto è un eufemismo. Tutto può succedere. Poi finisce che ci si accontenta perchè di soldi in giro ce ne sono pochi. Suarez? Non si può. Dzeko? Vedremo…. Alla fine ci si accontenta: come quando la più corteggiata ti dice no e si finisce per sposare l'amica più bruttina, ma tanto simpatica (fosse anche antipatica….)

Comunque si è ripartiti, ed è già qualcosa. Il Napoli vince sul Parma (2-0), il Genoa strapazza il Crotone (4-1), il Sassuolo impatta col Cagliari (1-1), la Roma pareggia col Verona (0-) e la Fiorentina liquida il Torino con il minimo sindacale (1-0). Lunedi 21 il Milan ospita col Bologna e il prossimo mercoledì 30 settembre giocheranno le altre. Un guazzabuglio di date: e siamo solo all'inizio….

Il Tour de France

Torniamo a parlare di Tour de France, terminato a Parigi sui Campi Elisi (sprint vittorioso di Sam Bennet) con il trionfo di Tadej Pogacar il 22 enne talento sloveno che con la cronoscalata di La Planche ha ribaltato la Grande Boucle sfilando in extremis la maglia gialla al connazionale Primo Roblic.

Un finale clamoroso, emotivamente potente, che non solo lancia un nuovo campione tutto da esplorare (anche se quasi tutti, adesso, dicono che lo “sapevano” che sarebbe finita così), ma che stuzzica un paio di riflessioni piuttosto attuali.

La prima riguarda la Slovenia, un paese di 2 milioni di abitanti (poco più di Milano) capace di sfornare due corridori che dominano il Tour. Direte: a volte succede. No, non è un caso: la Slovenia investe forti risorse nello sport mettendo a disposizione dei giovani strutture adeguate con docenti preparati e anche ben pagati.

Pogacar, figlio di una professoressa e di un operaio specializzato, prima di approdare al ciclismo ha praticato moltissimi sport, compreso il calcio. Così Roglic, che prima di fare il corridore, saltava con gli sci. E' normale per tutti i giovani praticare molte discipline, grazie anche a borse studio messe a disposizione per chi ha passione e talento. Ecco allora perchè la Slovenia è terra di campioni non solo nelle due ruote ma anche nel calcio, nello sci, nel basket. Il confronto con l'Italia, che al Tour presenta solo un corridore tra i primi dieci (Damiano Caruso), è stridente: la scuola va da una parte, lo sport dall'altra. E' tutto complicato, sia per i ragazzi (che spesso restano indietro nello studio) sia per le famiglie che devono sostenere pesanti sacrifici, quasi sempre senza ritorno. Poi alla fine, se viene fuori il campione, c'è la corsa a contenderselo: assessore, ministri, presidenti, tutti con la famosa “telefonata” che non manca mai quando le cose vanno bene.

Il secondo tema è che il ciclismo piace quando stupisce. Quando qualcuno, meno favorito come Pogacar, esce fuori dal gruppo per rompere gli schemi. Le gerarchie e le squadre sono importanti, ma non devono soffocare la personalità e il coraggio di chi vuol provarci. Roglic, sempre scortato da uno squadrone, si era convinto di essere imbattibile. Che l'esito del Tour fosse ormai deciso dai calcoli. Quando poi si è trovato da solo, in una cronometro che non dà scampo, Roglic è crollato. Niente computer, niente tabelle, niente squadra a sostenerlo. C'era solo un ragazzo, forte del suo coraggio e delle sue gambe, che lo ha fatto tornare sulla terra.

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