verso il voto del 2021

Calenda, Raggi, Giletti: la candidatura a sindaco di Roma diventa il rompicapo dei partiti

Centrosinistra e centrodestra non riescono a trovare il candidato. Nel M5S le resistenze dell’ala governista alla ricandidatura di Raggi

di Andrea Marini

Raggi si ricandida e fa saltare la regola del terzo mandato

Centrosinistra e centrodestra non riescono a trovare il candidato. Nel M5S le resistenze dell’ala governista alla ricandidatura di Raggi


4' di lettura

La corsa a sindaco di Roma capitale manca ancora dei protagonisti principali, eppure le elezioni della prossima primavera non sono poi così lontane. Il centrosinistra si avvia verso le primarie (dei “sette nani”, come dicono i maligni), dopo che molti big del partito (David Sassoli, Paolo Gentiloni, Enrico Letta e Roberto Gualtieri, per citarne alcuni) hanno detto no. Con la mina vagante di Carlo Calenda. Anche il centrodestra è in alto mare: non si è ancora fatto avanti il «volto noto dell’imprenditoria romana» di cui sono a caccia Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Un questo caos, l’unica quasi certezza è la ricandidatura della sindaca M5S Virginia Raggi (anche se l’ala governista grillina vorrebbe un suo passo indietro in nome della alleanza con il Pd).

La mina Calenda

La partita della scelta del candidato Pd alla carica di sindaco di Roma si fa sempre più complicata, visto che si intreccia con quella nazionale di chi nel partito è contrario all’alleanza strutturale con il M5S. Tutto ruota attorno alla candidatura dell'eurodeputato Carlo Calenda, oggi leader di Azione, ex ministro dello Sviluppo degli ultimi due governi di centrosinistra, che ha lasciato il Pd e non ha risparmiato critiche all’alleanza con il M5S e al segretario dem Nicola Zingaretti. L’ex ministro potrebbe annunciare nei prossimi giorni la sua candidatura, a cui hanno già detto sì i renziani e chi nel Pd è contro l’intesa strutturale con i pentastellati. Bisogna vedere se il Pd è disposto ad appoggiarlo o lasciare Calenda alla corsa in solitaria. In quest’ultimo caso rischia di togliere voti al Pd mettendo a rischio l’approdo dei dem al ballottaggio.

Il no dei big del Pd

La riconquista della capitale è una operazione cruciale per il segretario dem Nicola Zingaretti, che è anche governatore del Lazio e nel 2013, per breve tempo, è stato anche candidato sindaco di Roma (prima di essere dirottato in extremis proprio sulla Regione Lazio). Zingaretti, forte di un Pd che con le europee 2019 ha riconquistato il primato in città, puntava a far scendere in campo un big del partito per assicurarsi la riconquista di Roma (sempre amministrata dal centrosinistra nella seconda repubblica ad eccezione delle parentesi Alemanno e Raggi). Ma tutti i nomi interpellati, dal presidente del parlamento europeo David Sassoli (prima scelta di Zingaretti) al ministro Roberto Gualtieri, all’ex premier Enrico Letta, al commissario Ue Paolo Gentiloni, hanno fatto sapere di non voler lasciare il loro attuale incarico, per imbarcarsi in una corsa in salita come quella che porta alla gestione di una città difficile come Roma.

Il Pd verso le primaria

A questo punto per il Pd la strada sembra obbligata verso le primarie, dove potrebbero correre sì nomi con un certo seguito a livello locale ma non paragonabili per notorietà a big come Sassoli, Gualtieri, Enrico Letta e Gentiloni (i maligni parlano della gara tra i “sette nani”). Si va dai i minisindaci (i presidenti di Municipio, le ex circoscrizioni) di centrosinistra, Amedeo Ciaccheri, Sabrina Alfonsi o Giovanni Caudo, ai giovani esponenti della sinistra romana come Tobia Zevi o Andrea Santoro, fino alla la senatrice romana Monica Cirinnà e il deputato e sottosegretario all'ambiente Roberto Morassut.

La competizione lega-FdI nel Lazio

Anche il centrodestra è in alto mare, ma per motivi diversi. Nel Lazio è in corso un confronto sotterrano tra Lega e Fratelli d’Italia per la supremazia in regione. A differenza del Comune di Roma, dove il centrodestra per vincere deve sperare che il centrosinistra sbagli il candidato (come fece con Francesco Rutelli contro Gianni Alemanno nel 2008), per le Regionali del Lazio il discorso cambia. Qui i pronostici sono a vantaggio del centrodestra, che già nel 2018 sfiorò la vittoria (a pesare furono le divisioni interne). Quindi sia Fratelli d'Italia che la Lega puntano ad esprimere un proprio candidato governatore del Lazio. Che potrebbero essere Francesco Lollobrigida per FdI (o la stessa Giorgia Meloni, se non diventerà prima ministro dell'Interno di un governo Salvini), o l'ex sottosegretario al Lavoro leghista Claudio Durigon (di Latina).

A caccia di un candidato civico per il centrodestra

A differenza della Regione, né Lega né FdI hanno interesse ad esprimere un proprio candidato sindaco, probabilmente destinato alla sconfitta, per poi lasciare all'altro campo aperto nella corsa alla Regione Lazio. Per questo i due partiti si sono accordati per presentare un candidato civico, riconducibile né alla Lega né a FdI, possibilmente un imprenditore romano, noto sul territorio e che conosca bene le problematiche della città. Già sono circolati in nomi di Flavio Cattaneo, vice presidente di Italo - Nuovo Trasporto Viaggiatori, e Claudio Lotito, presidente della Lazio. Nonché, da ultimi, il manager Aurelio Regina (un passato ai vertici di Confindustria romana e nazionale) e il conduttore tv Massimo Giletti. Ma nessuno, finora, pare aver risposto di sì alle richieste di Salvini e Meloni.

La riconferma di Raggi

Per ora l’unico candidato in corsa è la sindaca uscente Virginia Raggi. Ma sul suo nome il Pd ha già fatto sapere che non ha nessuna intenzione di convergere, dopo anni di battaglie durissime, per replicare anche a livello locale l’intesa giallorossa che c’è già a Palazzo Chigi. Per questo l’ala governista del M5S non vedrebbe male un passo indietro della sindaca, ma l’ala ortodossa vicina ad Alessandro Di Battista ha già messo in atto un fuoco di sbarramento. Quindi è difficile ipotizzare una spaccatura del partito su Raggi ed è probabile che l’attuale sindaca sarà alla fine dal candidata in solitaria del M5S appoggiata, al massimo, da alcune liste civiche. L’allenaza M5S-Pd si sposterà al ballottaggio, quando è probabile che i voti del partito che resterà fuori confluiranno sull’alleato di governo.


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