Famiglie e studenti

Calendario scolastico allungato, sindacati e presidi frenano

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

3' di lettura

Se si escludono Romania, Repubblica ceca e Slovacchia non ci sono altri paesi dell’Ue che hanno tenuto le scuole (in tutto o in parte) chiuse più tempo dell’Italia dall’autunno a oggi: 26 settimane. Basta questa evidenza statistica a spiegare perché nel suo secondo giro di tavolo con i partiti il premier incaricato Mario Draghi abbia posto l’accento sull’esigenza di rimodulare il calendario scolastico, allungando le lezioni almeno a fine giugno, come primo step di una strategia che consenta ai nostri studenti, magari in abbinata ai corsi di recupero pomeridiani, di colmare il gap di appredimenti accumulato finora. Peraltro rilevante, visto che i primi studi internazionali parlano di divari formativi nell’ordine del 30-50% in matematica e nelle lingue.

Ma le reazioni che arrivano dal mondo dell’istruzione non sono concilianti come quelle che sono arrivate dai leader delle forze parlamentari che dovranno votare la fiducia al nuovo esecutivo. E ritorna così alla mente il doppio tentativo - il primo, solo abbozzato, dopo le prime settimane di lockdown del 2020; il secondo, stavolta formalizzato, nel dicembre scorso quando si doveva decidere come riaprire dopo le festività natalizie - che la ministra uscente Lucia Azzolina ha fatto nei mesi scorsi. Salvo tornare sui suoi passi per l’opposizione dei governatori e dei sindacati.

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Sono state proprio alcune sigle sindacali (Anief, Snals, Gilda, Uil) ieri ad alzare subito il muro alle prime proposte di Draghi. Con toni e sfumature diversi ma con la stessa sostanza: con la didattica a distanza non si è perso tempo e anche con la Dad l’attività di insegnamento è andata avanti. E alcune perplessità sono state espresse anche dal presidente dell’assocaizione nazionale presidi, Antonello Giannelli, a 24Mattino su Radio24: «Qualche giorno in più si può fare ma non credo risolvi il problema, mi sembra difficile andare oltre le due settimane in più che comunque non cambiano la vita». Auspicando che si lavori piuttosto sull’individuazione delle carenze scuola per scuola e su eventuali interventi mirati.

Fermo restando che, al netto dei 200 giorni minimi di lezione, il calendario scolastico è di competenza regionale, e che dunque una “quadra” va trovata con i governatori, qualche elemento in più potrebbe arrivare dagli incontri odierni quando il presidente del Consiglio in pectore incontrerà le sigle confederali. Ieri, Cgil e Cisl, hanno glissato sul tema preferendo soffermarsi sull’altra indiscrezione proveniente dal tavolo delle trattative per la formazione del nuovo governo. E cioè che prof e Ata (grazie alle fiale di Astrazeneca riservate agli under 55) avranno la priorità nei piani vaccinali e che bisognerà includere anche gli studenti. In quella sede probabilmente si parlerà anche dell’intenzione di Draghi di spingere sull’eliminazione a settembre delle cattedre vacanti.

E se sulla rimodulazione di lezioni e orari (per la cronaca, la media Ocse è di 778 ore annuali alla primaria, 712 e 680 alle superiori; da noi, rispettivamente, 766, 626 e 626) la mediazione si annuncia faticosa, sulle cattedre non appare da meno. Vista la storia dei concorsi da 78mila posti, fermi due anni, e ora frenati dal virus. Se per quello straordinario (32mila cattedre in palio) è arrivato ieri il via libera del Cts a concluderlo (mancano 4 gionate), per gli altri due ordinari (da 46mila cattedre) siamo ancora in attesa. Ammesso che inizino sarà davvero impossibile avere i vincitori in cattedra a settembre. A meno di procedure “semplificate”, che tradotto significa: altra sanatoria.

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