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California, la Silicon Valley gonfia la bolla degli affitti

di Alberto Magnani

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(© Hans Blossey/imageBROKER)


3' di lettura

«Per vivere in California devi essere molto ricco. O molto povero». La battuta va per la maggiore a San Francisco, quando si provano a descrivere le disuguaglianze sociali che pervadono la regione. Peccato che non sia un solo un gioco di parole, ma una diagnosi abbastanza precisa. La California, sesto stato al mondo per prodotto interno lordo, è spaccata da una contraddizione sempre più evidente fra la mitologia della Silicon Valley e un vecchia bomba a orologeria: la povertà, arrivata a incidere su quasi un quinto della popolazione (dato dello Us Census Bureau, l'Istat americana) e appesantita dalla bolla del caro affitto. La combinazione fra crescita stagnante dei salari più bassi, esplosione di quelli più alti e rialzo degli affitti sta creando una situazione a rischio.

Silicon Valley: così i prezzi delle case uccidono il sogno americano

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Il Public Policy Institute, un istituto che si occupa di analisi sulle politiche pubbliche, ha rilevato che i residenti pagano affitti più cari del 47% rispetto alla media nazionale, a fronte di stipendi che superano solo del 18% gli standard degli Stati Uniti. Oggi il valore mediano di un'abitazione, secondo il portale Zillow, si aggira sui 545mila dollari. Numbeo, un sito di comparazione prezzi, stima che il costo di affitto per una stanza singola a San Francisco oscilli fra i 2.650 dollari mensili in periferia e 3.370 dollari mensili in centro. Casomai qualcuno fosse interessato all'acquisto, si sale a una media di 1,6 milioni di dollari alla rivendita nel 2017.

Lo “spread” degli stipendi e l’effetto Silicon Valley
Il valore medio degli stipendi, sempre secondo Numbeo, è di 6mila dollari netti, ma la cifra è gonfiata dagli stipendi di professionisti e top manager concentrati fra la Bay Area e le società finanziarie. Un software engineer assunto da Google, di casa nella vicina Mountain View, viaggia su retribuzioni medie oltre i 120mila dollari l'anno, salendo a 170mila dollari l'anno quando arriva al gradino senior. Un insegnante di scuola pubblica si ferma a meno di 60mila dollari, tanto per citare una delle categorie professionali che lamenta da anni l'estromissione dalla sua stessa città. Chi ha casa e viaggia sotto certe soglie di reddito finisce per erodere anche la metà delle sue entrate in canoni di locazione. Chi non ha casa va altrove o, appunto, ingrossa le file della popolazione costretta alla strada, a poche ore dalle sedi di colossi globali come Google, Facebook e Apple. Oggi la sola California, secondo dati del governo, ospita un quinto dei senzatetto nazionali: 134mila, il 25% di tutti gli homeless registrati ufficialmente nel Paese.

L'equazione fra Silicon Valley e rialzo dei prezzi abitativi è tanto diffusa da sembrare un luogo comune. Non lo è. Diversi report evidenziano una correlazione positiva fra l’insediamento dei giganti tecnologici e una normalizzazione dei prezzi di affitto agli standard molto elevati dei loro dipendenti. Secondo dati governativi, i costi di affitto sono lievitati del 47% tra 2006 e 2016, non a caso il decennio di esplosione finanziaria dei giganti tecnologici insediati in Silicon Valley. Nella sola area di San Josè i prezzi sono arrivati ad alzarsi del 25% nell’arco di un anno, il rimbalzo più vistoso di tutto l'immobiliare americano. L'emergenza è finita, inevitabilmente, sul tavolo dei dossier per il voto delle elezioni midterm del 6 novembre.

Il flop del referendum sugli affitti
Di recente si è tentato di fissare qualche paletto con un referendum nello stesso giorno del voto di midterm, la cosiddetta proposition 10: una proposta che avrebbe consentito alle autorità locali di imporre in autonomia un tetto massimo agli affitti, rimpiazzando una legge precedente (la Costa Hawkins Rental Housing del 1995). Non è andata bene: oltre il 60% di voti a sfavore, complici i 76 milioni di dollari spesi dalle lobby delle società di real estate contro i poco più di 20 milioni messi sul piatto dai supporter. Il flop referendario fa emergere due strategie agli antipodi per contrastare (o monetizzare) la crisi.
Abolendo la vecchia legge, dicono i firmatari, si bilancerebbe un mercato sfuggito di mano, frenando le impennate di prezzo e consentendo una gestione localizzata della crisi. I più critici sono convinti dell’effetto opposto, perché i massimali decisi dalle varie autorità di contea potrebbero sottrarre abitazioni all'affitto («Tanto vale venderle»), senza toccare l'esigenza reale del mercato: nuove abitazioni. Il Cato institute, un think tanto libertario, sostiene che le politiche di freno ai prezzi abbiano «una lunga serie di fallimenti alle spalle». La soluzione di lungo termine per sgonfiare la bolla degli affitti californiani sarebbe di costruire case con affitti abbordabili, risolvendo in parallelo l'urgenza homeless e l'accessibilità della vita all'interno dei centri urbani. Con prezzi che siano accessibili anche a chi non è troppo ricco, senza condannare alla strada chi è troppo povero.

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