multinazionali in ritiratA

Calo strutturale, l’incertezza frena l’integrazione

di Giorgio Barba Navaretti


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(EPA)

3' di lettura

Un ottovolante con le cime della pista sempre più basse. Questa è la dinamica degli investimenti diretti esteri (Ide) registrata nel rapporto Ocse Fdi in Figures appena uscito.

Nel secondo trimestre del 2019 sono in caduta libera: meno 42% a livello globale nel secondo trimestre 2019, mentre sui sei mesi il crollo è stato del 20%. Il che rafforza il pessimismo, dopo il calo del commercio internazionale e il rallentamento generale dl Pil registrato dal Fondo Monetario Internazionale qualche settimana fa. Ma le oscillazioni trimestrali dicono poco, sono molto volatili. Il dato più interessante delle statistiche Ocse è invece il calo strutturale degli investimenti a partire dalla fine del 2015. Ossia tra un’oscillazione e l’altra le risalite non raggiungono mai i livelli di quelle precedenti.

Che sta succedendo? Gli investimenti diretti esteri misurano approssimativamente le operazioni globali delle multinazionali. Il loro calo riflette la crescente riluttanza degli operatori ad investire al di fuori del proprio paese di origine. Il rallentamento degli investimenti è generale, soprattutto nel corso dell’ultimo anno, ed è il risultato (e la causa) inevitabile del rallentamento del ciclo. La caduta di quelli esteri dice qualcosa in più: significa che l’incertezza frena l’integrazione dei mercati e innalza invisibili ma ben percepibili barriere ai movimenti di capitale tra paesi.

Curiosamente, gli investitori esteri disertano le economie tradizionalmente più stabili: i flussi in entrata nei paesi dell’Ocse sono calati del 43% nella prima metà del 2019 rispetto all’ultimo trimestre del 2018. E soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, afflitti dal protezionismo trumpiano e da Brexit. Al contrario gli investimenti verso i paesi emergenti continuano ad essere stabili, nonostante gli innumerevoli focolai di crisi e incertezza anche in quelle aree. È un cambio di prospettiva significativo, come non ci fossero più i tradizionali safe heavens per gli investitori e fosse necessario andare a cercarli in terre lontane.

Il caso degli Usa è particolarmente interessante e permette di capire perché il tema sia strutturale e non solo congiunturale. Nella prima metà del 2019 I flussi verso gli Stati Uniti sono calati di circa 57 miliardi di dollari, in buona parte per l’arretramento dei cinesi, i cui investimenti sono scesi dal picco di 16 miliardi nella seconda metà del 2016 a circa 1 miliardo nella prima metà del 2019. Ovviamente le tensioni geopolitiche e commerciali tra i due paesi hanno indotto gli investitori asiatici ad essere molto prudenti in America. E in termini più generali, i dati sugli Ide dimostrano come la politica di Trump di indurre le imprese, ovunque fossero basate, a reinvestire negli Usa ha portato ben pochi frutti. In teoria, le barriere commerciali avrebbero dovuto indurre le aziende che vogliono vendere sul mercato americano a trasferire lì la propria produzione. È la vecchia teoria degli “Ide tariff jumping”. Ossia investo in un paese per superare le barriere commerciali. Quindi se le barriere aumentano (il protezionismo) sono indotto a investire. In un mondo dove la produzione è profondamente integrata nelle catene globali del valore e dove le aziende devono importare componenti, questo meccanismo non funziona più. Le multinazionali hanno bisogno per operare in modo globale di mercati e commerci senza frizioni.

La scarsa efficacia del protezionismo per rilanciare la produzione americana è confermata dalla stabilità invece degli investimenti in uscita dal paese. E questo nonostante la riforma fiscale che ha eliminato i benefici finora goduti sugli utili reinvestiti all’estero dalle multinazionali americane. Siccome gli utili reinvestiti sono una componente importante degli Ide, il rimpatrio degli stessi ha provocato nella prima metà del 2018 un calo molto significativo degli investimenti in uscita dagli Usa. Ora il forte afflusso iniziale si è stabilizzato. E nonostante le multinazionali americane oggi comunque lascino all’estero molti meno profitti di un tempo, comunque i flussi di nuovi investimenti in uscita sono positivi, il che significa che le aziende hanno ripreso ad investire soprattutto capitali azionari al di fuori dei confini nazionali.

Ultimo flash sull’Europa e sull’Italia. Sempre confrontando l’ultimo semestre ’18 con il primo ’19, i flussi in entrata sono in aumento in Germania e stabili in Francia mentre calano di circa 14 miliardi per l’Italia (da 21 a 7 miliardi). Anche da noi, la profonda instabilità politica fino alla crisi di governo ha congelato gli investimenti, sia interni che internazionali. Confermando ancora una volta che per investire ci vuole stabilità. Dovrebbero ricordarlo molto bene coloro che non perdono occasione per iniettare instabilità e incertezza nell'azione di governo.

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