il micam da domenica 15

Calzature, export da record ma perdura la crisi dei consumi interni

Il Micam festeggia 50 anni con l’edizione n.88, e innova il format per dare slancio alle imprese. Buone le vendite all’estero. I terzisti per il lusso vanno meglio dei piccoli, ma il numero delle aziende cala

di Chiara Beghelli


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3' di lettura

Una mostra (“It’s Shoe Time”) che celebra i 50 anni della fiera e nuovi spazi per influencer e «sneaker culture»: ricorda il passato ma sperimenta il futuro l’edizione n.88 del Micam, il salone internazionale dedicato alle calzature che aprirà domenica 15 nei padiglioni di Rho Fiera Milano.

Fino a mercoledì 18, su un’area di 60mila metri quadri, 1.303 espositori (di cui 695 italiani) presenteranno le collezioni per la primavera-estate 2020: la sfida della 50esima edizione, la prima guidata dal nuovo presidente di Assocalzaturifici, Siro Badon, è conciliare appunto un glorioso passato con un presente di luci e ombre, ma che cela opportunità per il futuro. In questo senso, Micam darà spazio anche ai giovani talenti, raccolti anche nell’area Italian Footwear Startup, offrendo anche eventi “collaterali” gourmet e di benessere, e spazi dedicati alle nuove tendenze dell’industria come l’inedito Players District (focalizzato sulle calzature per outdoor e sportive), che ospiterà anche TheArena con le sue performance ed eventi sportivi. Infine, una nuova area sarà dedicata ai top buyer, ispirata alla Cina, Paese dove l’88, il numero dell’edizione, è considerato uno dei più fortunati.

Molta innovazione, dunque, anche per valorizzare e e sostenere uno dei settori chiave dell’industria della moda italiana, con 14,3 miliardi di fatturato nel 2018, che dà lavoro a oltre 75mila persone ed esporta l’85% dei suoi prodotti. Ma che, nonostante le sue eccellenze, continua purtroppo a soffrire, come confermano i dati elaborati da Confindustria Moda per il primo semestre 2019: la produzione è calata del 2,3% in volume, ma è salita del 2% in valore, conseguenza delle tensioni commerciali internazionali, della Brexit che incombe, del calo di Paesi importanti come la Cina e la Germania. Anche la Russia, dopo una ripresa lo scorso anno, è calata del 15%.

Ma ci sono per fortuna anche buone notizie: tiene l’Ue (che copre il 70% dell’export del calzaturiero), crescono il Nord America (+13,5%) e il Far East (+11,4%), exploit della Corea del Sud a +12,8%, bene il Giappone, che cresce per valore (+6,5%) ma cala per quantità (-10%). Aumenti che hanno contribuito a far salire il valore complessivo dell’export dell’8,4%, per un totale di un nuovo record di 4,22 miliardi di euro di scarpe vendute oltre confine, e che porta il saldo commerciale a +13,1% per 1,96 miliardi.

Tuttavia, se cresce bene la produzione delle aziende terziste per i marchi del lusso (tanto che l’export verso gli hub logistici tradizionali del settore, Svizzera e Francia, che da soli convogliano un terzo del valore dell’export, sono aumentati considerevolmente), vanno peggio le imprese di dimensioni da piccole a medio-grandi, che sono l’anima dei distretti, dove l’80% delle aziende ha meno di 20 dipendenti.

Peraltro, se all’estero le vendite sono positive, i consumi interni segnano l’ennesimo calo: -3,7% in quantità e -3,2% per spesa. Tutte le tipologie segnano un meno, tranne le nuove star del settore, le sneaker (+0,8% in quantità e +2,9% in valore). Si compra e si spende sempre più online (+10,3% in volume e +17,3% per spesa), dove si effettua oggi l’11% degli acquisti totali, mentre cala dell’11% in quantità e del 16% in spesa il canale del negozio tradizionale. Male anche l’ambulantato con -14%.

«Esportiamo calzature con un alto contenuto di ricerca e di qualità - ha commentato Badon -, ma abbiamo avuto una flessione nelle quantità. Un grido di allarme che voglio lanciare è questo, perché meno quantità significa anche meno produzione e diminuzione di forza lavoro». In effetti nel primo semestre le imprese sono calate di 119 unità e la forza lavoro di 492, le ore di cassa integrazione autorizzate per le imprese sono salite del 27,1%, per un totale di quasi 4 milioni, con le Marche a registrare i dati peggiori. In generale, le difficoltà hanno interessato le imprese più esposte con i mercati dell’ex Urss. Un portafogli di ordini «piatto» nel secondo trimestre non fa presagire importanti riprese entro la fine dell’anno. Ma la resilienza passa anche dalle novità di una fiera.

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