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Calzature, nei primi dieci mesi ricavi in calo del 33%:«Migliaia di Pmi a rischio»

Il presidente Siro Badon: serve visione, i sussidi anestetizzano ogni attività ma non risolvono i problemi né danno speranza concreta per il futuro

di Giulia Crivelli

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3' di lettura

La grinta gli viene dalla doppia responsabilità che sente, quella di imprenditore e di presidente di associazione. Siro Badon dirige col fratello Roberto l’azienda veneta De Robert, specializzata in scarpe di media-alta gamma, e guida Assocalzaturifici dall’aprile 2019, quando ha raccolto il testimone dall’altrettanto grintosa Anna Rita Pinotti del calzaturificio marchigiano Loriblu (nelle foto in alto, due manovie di aziende calzaturiere: le scarpe made in Italy si caratterizzano per l’integrazione tra automazione e lavoro manuale).

Oltre gli aiuti e i ristori

«Cerco di immaginare una strada fuori da questo tunnel, è nella mia natura di imprenditore farlo. Ma ogni giorno che passa è più difficile – spiega Badon –. Né io né i miei colleghi cerchiamo scuse o sussidi a pioggia: siamo tutti, chi più chi forse un po’ meno, consci dei problemi strutturali che risalgono a ben prima della pandemia, a partire dal difficile e troppo lento ricambio generazionale sia alla guida delle aziende sia nel personale, a ogni livello. Dobbiamo però soprattutto fare i conti con il presente, l’emergenza sanitaria, economica e sociale, e con il futuro, quanto mai incerto. Mancano poche ore alla fine del 2020, ma non accadrà alcuna magia quando il calendario segnerà primo gennaio 2021. Servono strategie di sistema, politica economica, cose che in questo Paese non vediamo da troppi anni».

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Cali generalizzati e aumento della Cig

I numeri appena diffusi dal Centro studi di Assocalzaturifici parlano da soli . Nei primi nove mesi del 2020 la produzione è scesa del 29,4%, il fatturato del 33,1%; hanno chiuso 101 aziende e la filiera ha perso 2.600 addetti. Considerando anche i produttori di componentistica, i saldi negativi salgono a -231 imprese e -3.453 addetti e il ricorso alla cassa integrazione ha raggiunto l’ennesimo record (+930% nei primi dieci mesi dell’anno nell’intera filiera pelle, con +1.267% nel solo mese di ottobre). «Il punto non è la cassa integrazione o i sussidi a pioggia alle micro, piccole e medie imprese – prosegue Badon –. Sono misure di emergenza che danno solo l’illusione di alleviare le sofferenze. Il settore del tessile-moda-accessorio ha una spina dorsale manifatturiera, certo, ma a tutti i comparti e lavori collegati, dagli agenti di commercio ai proprietari dei negozi e ai loro dipendenti quasi nessuno ha pensato. Una “filiera di filiere” come la nostra non può sopravvivere se perde pezzi a destra e sinistra, a monte e a valle. Sono migliaia le Pmi a rischio».

I cambiamenti da sottolineare

Badon, lo ripete, non chiede ad alcuno di estrarre bacchette magiche ed esige prima di tutto dalla sua azienda e dagli associati di prendere coscienza una volta per tutte dei cambiamenti iniziati ben prima della pandemia, come la digitalizzazione B2B e B2C, la necessità di cercare nuovi mercati o presidiare meglio quelli emergenti. «Appena finito il lockdown produttivo ho ricominciato ad andare in fabbrica e comunque non avevo mai smesso di lavorare, per la mia azienda e per l’associazione – sottolinea Badon –. Ho organizzato riunioni digitali con tutti, in Italia e all’estero, colleghi imprenditori e marchi della moda e del lusso stranieri con i quali lavoro. Il confronto tra l’approccio italiano e quello di altri Paesi è desolante: mai come in questo momento avremmo bisogno di visione a medio e lungo termine, di pianificazione, di sforzi individuali e collettivi per capire i problemi e cercare soluzioni e soprattutto modalità di implementare qualsiasi decisione. Non accade. Gli imprenditori italiani hanno sempre saputo di dover contare soprattutto su sé stessi, a differenza di quel che accade, ad esempio, in Francia o Germania, dove si sente la vicinanza delle istituzioni. Ma questa tempesta è troppo forte anche per chi è abituato ad affrontare in solitudine turbolenze di ogni tipo».

Nel 2021 occorre cambiare approccio

Badon ha fiducia nella scienza e nell’opportunità offerta dall’arrivo dei vaccini, ma il tempo è davvero poco. «Quando sento parlare di altri possibili lockdown vengo preso dallo sconforto. Abbiamo bisogno di tornare ad accogliere i clienti nelle fiere, di viaggiare, di farci venire idee sul prodotto e la distribuzione. Non di rafforzare paure e pessimismo, che paralizzano il pensiero, ancora prima delle attività economiche e commerciali».

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