Interventi

Cambio di passo nelle decisioni sul green

di Luca Bettonte

4' di lettura

La ratifica nel 2015 da parte delle Nazioni Unite dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdgs) ha avviato un cambio di paradigma epocale dal quale nessuno si può sottrarre. Favorire lo sviluppo sociale ed economico del pianeta, promuovere il benessere umano e proteggere l’ambiente sono sempre più al centro di strategie aziendali.

In questo processo la transizione energetica green diventa fondamentale nel combattere il disastroso fenomeno del cambiamento climatico. Si tratta di un’evoluzione molto ampia e complessa che supera la dimensione industriale relativa agli enormi investimenti collegati alla decarbonizzazione, alla digitalizzazione, al rinnovamento tecnologico, all’adeguamento delle competenze e ai nuovi assetti organizzativi. Essa coinvolge in modo molto profondo la dimensione sociale viste le implicazioni sull’occupazione, sulle competenze professionali e in generale sui comportamenti individuali.

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Un impegno particolarmente importante per chi opera nel settore dell’energia che, con lo sviluppo della generazione da fonti rinnovabili, ha assunto il ruolo di forza motrice nella lotta ai cambiamenti climatici.

Le imprese giocano un ruolo primario in questo contesto, a esse sono imposti obiettivi sempre più severi in termini di trasparenza, accessibilità alle informazioni e sostenibilità, elementi che oggi ne determinano la competitività e l’attrattività verso i mercati finanziari, sempre più attenti agli aspetti Esg (Environmental, social and governance) nei piani di sviluppo aziendali.

Una responsabilità etica e civile – prima ancora che istituzionale e imprenditoriale – che ministeri, enti e regolatori pubblici sono chiamati a condividere. I processi autorizzativi che li coinvolgono rappresentano un passaggio chiave nel percorso di transizione verso un’economia sempre più green e dovrebbero essere rivisti alla luce delle nuove priorità stabilite a livello europeo e mondiale.

Il nodo non riguarda soltanto la lentezza e l’inefficienza del cosiddetto permitting, ma anche la diffusa deresponsabilizzazione del sistema istituzionale rispetto agli impegni intrapresi dal nostro Governo con la Commissione europea e le Nazioni Unite. Ciò che manca è una visione d’insieme che parta dalla comprensione da parte di funzionari, soprintendenze, regolatori, che i loro perimetri di azione devono essere strettamente comunicanti per rendere efficace l’iter decisionale, e non solo circoscritti al mero assolvimento dei propri specifici compiti, nonché essere fortemente connessi e coerenti con gli obiettivi e le priorità della decarbonizzazione e dello sviluppo sociale sostenibile.

Il caso del progetto di repowering del nostro parco eolico di Nulvi-Ploaghe in provincia di Sassari è emblematico: è stato approvato, a valle del parere positivo della Commissione Via (Valutazione impatto ambientale), dal ministero dell’Ambiente (Mattm) e bocciato da quello dei Beni culturali (Mibact) su parere negativo della Soprintendenza di Sassari. Il Tar Sardegna ha successivamente rigettato il ricorso di Erg, sulla base di una Delibera del 2015 della Regione Sardegna, che era in corso di revisione e sarebbe stata ufficializzata – nella nuova versione – pochi giorni dopo la stessa sentenza del Tar, con nuovi criteri decisamente a favore del repowering eolico. Senza contare che il progetto gode del favore dei Comuni interessati, della Regione e delle rappresentanze sindacali, oltreché essere coerente con gli obiettivi del Pniec (Piano nazionale integrato energia & clima) varati dal Governo e con i princìpi di supporto al repowering contenuti nell’intervenuta conversione in legge dell’ultimo decreto Semplificazioni.

Mibact e Sovrintendenze locali dovrebbero assumersi un ruolo chiave, e una responsabilità più profonda e compiuta, nel quadro del processo di decarbonizzazione, stimolando le soluzioni architettoniche in grado di integrare gli impianti sul territorio e favorendo la valorizzazione del patrimonio archeologico tramite lo sviluppo stesso dei progetti Fer (Fonti energetiche rinnovabili), rendendolo quindi testimone e protagonista della sfida. I funzionari delegati al permitting degli impianti collegati alla transizione energetica, al tempo stesso, dovrebbero ricevere istruzioni chiare rispetto agli obiettivi collegati al Pniec, secondo il quale proprio lo sfruttamento del potenziale del Repowering eolico in Italia è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi al 2030 di diffusione delle fonti rinnovabili.

Sulla base di un’analisi condotta da Elemens, una società di consulenza specializzata nel settore dell’energia, se il repowering venisse praticato su tutto il parco italiano eolico installato predisposto per questo tipo di intervento, avremmo minori emissioni di CO2 per 25 milioni di tonnellate, oltre che investimenti per oltre 8 miliardi di euro da qui al 2030 e benefici economici per circa 5 miliardi di euro, tra maggiore valore aggiunto, maggiore gettito fiscale e minori costi dell’energia elettrica.

La mancata presa di coscienza e assunzione di responsabilità di chi opera nella Pubblica amministrazione rispetto al proprio ruolo nell’ambito della transizione energetica rischia di avere conseguenze pesanti non solo sul rilancio dell’economia nel nostro Paese, impedendo alle imprese di investire in Italia, ma anche sulla creazione di un nuovo modello di sviluppo globale. Di fatto un grave impedimento al raggiungimento degli obiettivi Onu per lo sviluppo sostenibile. Il tutto in un contesto economico e sociale penalizzato dalla persistente pandemia.

Nel caso specifico del progetto eolico di Nulvi-Ploaghe il parere negativo del Mibact, arrivato a valle di un’analisi tecnica molto approfondita da parte della Commissione Via che ne ha invece decretato la fattibilità, sta di fatto ostacolando il raggiungimento degli obiettivi delle Nazioni Unite, in particolare l’aumento della produzione di energia pulita e accessibile (Sdg7), la lotta al climate change (Sdg13) e lo sviluppo economico e sostenibile (Sdg8), oltreché minare il raggiungimento degli obiettivi del Pniec.

Il grande processo di transizione che stiamo affrontando implica un cambio di passo e impone la consapevolezza da parte di ognuno del valore della posta in gioco, e delle conseguenze rdelle proprie decisioni, anche e soprattutto di chi ricopre incarichi pubblici. Anche il suo operato andrebbe sottoposto alle stesse metriche di misurazione del settore privato con riferimento agli obiettivi definiti dalle Nazioni Unite, al fine di consentirne un’adeguata e oggettiva valutazione.

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