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Cambridge Analytica, troppo potere in poche mani: serve una rete più decentrata

di Luca De Biase

Marc Zuckerberg

3' di lettura

Lo scandalo Cambridge Analytica è un segnale d'allarme per la qualità etica della cultura democratica. Ma per gli strumenti utilizzati è anche un problema per l'organizzazione delle comunicazioni che si è sviluppata intorno alle opportunità offerte da internet. I fatti sono sotto gli occhi di tutti. In una quindicina d'anni, dopo il 2004-2005, la rete ha conosciuto gli effetti della crescita inesorabile delle grandi piattaforme private di gestione dell'informazione e della comunicazione, da Google a Facebook, insieme alla popolarizzazione delle operazioni digitali resa possibile dall'internet mobile abilitato dagli smartphone.

In un tempo straordinariamente breve, queste tecnologie hanno cambiato la vita quotidiana in modo radicale. E creato rischi enormi: per la cybersicurezza, per la privacy, per la concorrenza e, come abbiamo visto, per la stessa democrazia. Ma il bello di internet è la sua continua ribollente capacità di innovare se stessa. E la domanda che si pongono gli innovatori è: i problemi crescenti dell'assetto delle comunicazioni raggiunto in rete possono essere superati con piccoli aggiustamenti o con grandi revisioni architetturali? Forse vale la pena di considerare la possibilità che valga la seconda opzione. L'effetto-rete, come è noto, moltiplica il valore delle tecnologie più usate, generando organicamente condizioni monopolistiche. La concentrazione delle informazioni nei server di Google è una delle motivazioni che hanno condotto l'antitrust europeo a condannare a una multa miliardaria l'azienda americana accusata di abuso di posizione dominante.

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Ma è un caso: in generale dove sono i confini dei mercati che dovrebbero servire a impedire che una piattaforma dominante abusi della sua posizione per conquistare importanza in territori economici nei quali non opera? Si può limitare l'abuso di posizione dominante un caso alla volta? L'accentramento delle comunicazioni su Facebook sta moltiplicando i problemi a velocità superiore alla capacità della piattaforma di generare soluzioni. Per esempio Facebook tenta di combattere la diffusione di fake news con un sistema di factchecker interni ed esterni: ma qualche migliaio di persone addette a questo compito possono gestire la circolazione di informazioni generata da due miliardi di utenti? Il gigantismo di queste piattaforme le rende «troppo grandi per essere regolate»? Di certo, internet era nata sulla base di un'architettura concettualmente decentrata e su un assetto organizzativo delle piattaforme fondamentali - come la posta elettronica e i forum di discussione - più simile a quello dei “beni comuni” che a quello della proprietà privata.

L'evoluzione privatistica e finanziaria recente è solo una delle interpretazioni possibili della rete. Ma oggi c'è. Le proposte per correggere il tiro non mancano. La prima, fondamentale, è la salvaguardia della “neutralità della rete” che garantisce agli innovatori di proporre alla rete le loro novità senza dover chiedere il permesso ai colossi dominanti: questo principio è stato abbandonato in America e rischia di essere eroso nei fatti in Europa, ancorché salvaguardato in linea di principio. Ma può essere rilanciato. Quanto alla concentrazione del potere nelle grandi piattaforme, le proposte non mancano: le migliori si concentrano sull'imposizione dell'interoperabilità delle piattaforme, che consenta l'accesso ai dati anonimizzati a tutti gli operatori, grandi e piccoli, proprietari e non. Un po' come avviene nelle banche che devono, se gli utenti lo consentono, concedere l'accesso ai dati anonimizzati ad altre aziende.

Se questo avvenisse a Facebook e Google la loro potenza sarebbe meno concentrata. Ma di certo tutto questo è soltanto la premessa della correzione necessaria: che dovrebbe andare nella direzione di un ritorno all'architettura decentrata della rete, con più largo ricorso all'open source e all'organizzazione basata sulla logica dei beni comuni, con modelli di business nei quali gli utenti pagano per il servizio evitando di basare tutto sulla pubblicità, che di per sé non distingue tra l'attenzione rivolta a contenuti di qualità e l'attenzione generata da qualunque cosa: un contesto di bassa qualità dell'informazione è anche un contesto di disattenzione e diseducazione che può consentire a chi ne vuole approfittare di mettere in giro le trappole delle quali si sono giovati i clienti politici di Cambridge Analytica senza che la piattaforma potesse o volesse occuparsene con la cura necessaria.

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