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Camera Usa contro Big-Tech: 5 leggi antitrust per Amazon, Apple, Google e Fb

Un progetto forzerebbe la spaccatura in due del colosso di Jeff Bezos e il divorzio Google-YouTube. Il Glass-Steagall Act della tecnologia

di Marco Valsania

(REUTERS)

4' di lettura

Il Congresso americano prepara una “mannaia” legislativa contro Big Tech. Alla Camera degli Stati Uniti sono state presentate ben cinque e affilate proposte di legge antitrust, volte a combattere monopoli e abusi di posizione dominante da parte dei protagonisti della new economy, ad alta tecnologia e digitale, a cominciare da Amazon, Apple, Google di Alphabet e Facebook. Tutte le proposte hanno raccolto un grado di sostegno bipartisan oggi raro in un clima politico polarizzato a Washington, che evidenzia la preoccupazione diffusa sia tra i democratici che i repubblicani sullo strapotere dei colossi. I progetti, che danno seguito ad un ampio rapporto del Congresso su concorrenza e pratiche monopolistiche nell'era di Internet, potrebbero se approvate obbligare i gruppi nel mirino a drammatiche trasformazioni, con scorpori che li spezzino in due società, cessioni di significativi asset e divieti di nuove acquisizioni.

Iter parlamentare ancora incerto

Il percorso delle proposte di legge resta oggi incerto e accidentato, con prevedibili resistenze e battaglie di lobby all’orizzonte. Se un passaggio alla Camera è immaginabile – sette repubblicani sono tra i co-sponsor dei progetti - più arduo sarà arrivare a un robusto consenso al Senato, dove per le regole sull'ostruzionismo dovrebbe essere necessaria una super-maggioranza di 60 voti su cento per assicurarne il varo. Numerosi esponenti conservatori restano al momento freddi davanti alla prospettiva di codificare svolte restrittive nelle leggi antitrust che limitino gli spazi di manovra del business. Ma il monito lanciato dalla raffica di iniziative fatta scattare dai deputati è comunque chiaro, segno del clima di crescenti critiche sull'influenza straordinaria conquistata dai cosiddetti “guardiani” del mondo digitale. E le conseguenze di un'eventuale approvazione anche solo di alcune delle nuove norme ipotizzate ha il potenziale di scuotere un settore che vanta una presenza capillare nell'economia come nella società.

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Un Glass-Steagall Act per Big-Tech

Il progetto-simbolo della nuova campagna contro Big-Tech ha un nome già di per sè significativo: Ending Platform Monopolies Act. Per la sua ambizione di rivoluzionare il settore tech è stato paragonato allo storico Glass-Steagall Act nella finanza, che aveva separato le banche commerciali e di investimento. L'obiettivo è qui una separazione strutturale tra le attività di leader del calibro Amazon (e non solo) impegnati nell'e-commerce. Diventerebbe illegale, anzitutto, per una piattaforma online possedere allo stesso tempo un business che “utilizzi tale piattaforma per la vendita o l'offerta di prodotti e servizi” o ancora che venda servizi quale condizione di accesso alla piattaforma. Una simile società sarebbe inoltre tenuta a evitare attività che creino conflitti di interesse, ad esempio garantendo incentivi e possibilità per la piattaforma di avvantaggiare propri prodotti rispetto a quelli di concorrenti.

Lo spezzatino di Amazon e Google

Amazon potrebbe dunque dover separare l'attività in due distinti siti, uno per i prodotti di terzi e uno per i propri prodotti. Oppure il gruppo di Jeff Bezos dovrebbe disinvestire o chiudere i battenti delle proprie produzioni, del private label. Quest'ultima è oggi una divisione con decine di marchi e quasi 160.000 prodotti. Google, da parte sua, dovrebbe fare i conti con la conclusione che “un motore di ricerca non può possedere un servizio video che è incentivata a favorire nei risultati delle ricerche”, vale a dire, pur senza essere menzionato apertamente, lo strategico YouTube.

Sotto tiro gruppi da 600 miliardi di market cap

In generale, le proposte presentata riguardano colossi con caratteristiche ben definite di “strapotere”: una capitalizzazione di Borsa da almeno 600 miliardi di dollari, oltre 50 milioni di utenti attivi al mese o centomila utenti mensili di business. Devono inoltre, stando ai testi resi noti dal Congresso, essere ritenuti “partner di trading critici”, avere cioè la capacità di bloccare l'accesso di altri business a consumatori o servizi.

Le altre proposte

In maggior in dettaglio, ecco i contenuti delle altre proposte che affiancano lo Ending Platform Monopolies Act. Un progetto vieterebbe alle piattaforme online ogni comportamento che “avvantaggi i prodotti, servizi o linee di business del gestore della piattaforma al confronto con altri utenti aziendali”. Comprese eventuali esclusioni o penalizzazioni ai danni di altri business. Altri provvedimenti presentati obbligherebbero le piattaforme online a garantire inter-operabilità con concorrenti, vale a dire, ad esempio, che i social network devono permettere agli utenti di comunicare e ai venditori di trasferire recensioni dei clienti tra diversi siti. Ancora: i merger con rivali diventano illegali per grandi piattaforme, una norma che avrebbe tuttavia vietato, sottolineano gli stessi sponsor della proposta, “una piccola percentuale di acquisizioni nel settore tecnologico”. Aumentano anche i costi per le grandi fusioni, definite come operazioni superiori al miliardo di dollari. E l'applicazione di nuove norme antitrust genererebbe entrate per le autorità da 135 milioni solo nel primo anno.

“Troppo potere sulla mostra economia”

Il leader democratico della Commissione antitrust della Camera, David Cicilline del Rhode Island, ha dichiarato senza mezzi termini le ragioni alle spalle delle mosse. “I monopoli tech non regolamentati hanno troppo potere sulla nostra economia. Sono in una posizione unica per determinare vincitori e sconfitti, per distruggere piccole imprese, per alzare i prezzi sui consumatori e per distruggere posti di lavoro. La nostra agenda creerà una situazione più equa”. Il deputato repubblicano Ken Busk del Colorado, leader della minoranza conservatrice nella stessa Commissione che ha preso la guida nel mettere a punto le riforme, ha da parte sua spiegato così il sostegno alla crociata legislativa: “Spezza il potere monopolistico di Big Tech di controllare quello che gli americani vedono e dicono online, e stimola un mercato online che incoraggia l'innovazione”.

Il plauso dei concorrenti minori

Supporto alle proposte è arrivato anche da protagonisti minori di tech e digitale, in lotta con i giganti. Tra le prime a offrire appoggio alle riforme delineate è stata Roku, società di media e streaming: ha definito le azioni intraprese dalla Camera come “un passo cruciale verso il taglio di comportamenti predatori e anti-concorrenziali da parte di alcune delle più potenti aziende del Paese”.

I colossi contrattaccano: “Consumatori danneggiati”

Le grandi aziende tech – che in passato hanno sempre difeso le loro pratiche e negato di essere monopoli in un universo digitale in continua espansione - non hanno reagito immediatamente e direttamente alle nuove proposte antitrust. Ha risposto però, con una secca denuncia, l'associazione di settore: Matt Schruers, presidente della Computer & Communications Industry Association della quale fanno parte Facebook, Amazon e Google, ha accusato i progetti di mettere in discussione la capacità degli americani di utilizzare i prodotti che amano. “Scrivere regolamentazioni per una manciata di business vizierà la competizione e lascerà i consumatori in una situazione peggiore”, ha affermato. Promessa di una battaglia tra disegni antitrust e Big-Tech che si preannuncia lunga e combattuta.

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