Braccio di ferro con le regioni

Camere di commercio, dopo un anno riordino ancora in bilico

di Marzio Bartoloni

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2' di lettura

Come nel gioco dell’oca con le pedine costrette a tornare indietro un altro pezzo della riforma Madia della Pa si è incagliata nel momento più delicato: quello dell’attuazione. In questo caso si tratta del riordino delle Camere di commercio finito prima nel mirino della Corte costituzionale e ora al centro di un braccio di ferro tra Governo e Regioni con quest’ultime che domani non sembrano intenzionate a concedere l’«intesa» sul decreto che ne riduce il numero a 60. Intesa che proprio la Consulta ha richiesto come necessaria dopo i ricorsi regionali.

La vicenda nasce con il Dlgs 219/2016 che attuava appunto la riforma Madia. Lì venivano fissati i criteri per il riordino delle 105 Camere di commercio. Lo scorso agosto è arrivato poi il decreto dello Sviluppo economico con la mappa definitiva delle nuove circoscrizioni territoriali del sistema camerale con il piano di accorpamenti delle Camere che dovrebbero passare ufficialmente da 105 a 60 (in realtà oggi sono già ridotte a 95 grazie all'avvio di una autoriforma). Quel decreto approdò il 3 agosto all’esame della Conferenza Stato Regioni che non diede nessun parere. Ma quattro regioni - Liguria, Lombardia, Puglia e Toscana - decisero comunque di ricorrere alla Corte Costituzionale che lo scorso 13 dicembre ha bocciato il decreto del Mise perché adottato «sentita» la Conferenza Stato-Regioni, anziché «previa intesa» con la Conferenza. Una bocciatura di forma più che di sostanza che ha comunque costretto il Governo a riportare di nuovo il piano di accorpamento in Stato-Regioni.

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Le Regioni però sono ancora sul piede di guerra, almeno una parte. Lo scorso 21 dicembre hanno rigettato il decreto. Che ora giovedì 11 gennaio torna di nuovo in Conferenza Stato-Regioni dove però è improbabile che arrivi l’agognata «intesa». Troppe le distanze tra le richieste regionali e il Mise che invece non vuole allargare di nuovo il numero delle Camere. In particolare Lombardia e Piemonte hanno confermato le richieste di aggiungere due ulteriori Camere.Mentre la Sicilia ha richiesto di procedere all’istituzione di una Camera autonoma di Catania. Al contrario il Friuli chiede l’accorpamento in una sola Camera regionale delle due proposte dal decreto. Non tutte le Regioni sono però contrarie al riordino. In particolare le Marche che puntano ad avere una sola Camera: «Sarebbe un errore fermare questa riforma su cui stiamo lavorando da tempo», spiega Manuela Bora assessore alle Attività produttive che coordina gli altri assessori della Stato Regioni. Fatto sta che dal 21 dicembre è scattato il termine di un mese a disposizione del Governo per provare a trovare l’intesa con le Regioni. Scaduto il quale potrà decidere di approvare il decreto senza modifiche, ma con il rischio di nuovi ricorsi alla Consulta.

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