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Camici in Lombardia, Fontana respinge le accuse. Ipotesi rogatoria finanziaria in Svizzera

Il discorso del governatore della Lombardia al Consiglio regionale. Le accuse legate alla fornitura di camici bianchi affidata alla società del cognato

di Ivan Cimmarusti

La difesa di Fontana in Aula: non tollero dubbi su mia integrità

Il discorso del governatore della Lombardia al Consiglio regionale. Le accuse legate alla fornitura di camici bianchi affidata alla società del cognato


4' di lettura

Attilio Fontana respinge le accuse di frode in merito alla fornitura di camici bianchi in piena emergenza Covid-19. Nel suo intervento al Consiglio regionale della Lombardia, il governatore leghista nega di aver saputo prima del 12 maggio «dei rapporti negoziali a titolo oneroso» tra Dama, società di proprietà del cognato Andrea Dini (il 10% della moglie di Fontana), e Aria, Centrale acquisti regionale diretta da Filippo Bongiovanni. Non solo: assicura di aver «chiesto a mio cognato di rinunciare al pagamento» 18 giorni prima che la trasmissione tv Report chiedesse informazioni, il 1° giugno, per il servizio mandato in onda il successivo 7 giugno in cui denunciava la vicenda.

Le accuse
I tre sono iscritti nel registro degli indagati della Procura di Milano con l’accusa di frode nella fornitura di 75mila camici e 7mila set sanitari, dei quali 49mila camici e 7mila set materialmente consegnati. Un affare che riguarda anche altre quattro diverse società, concluso il 16 aprile scorso e che potrebbe celare aspetti di rilievo penale. A partire dalla violazione del «patto di integrità», la dichiarazione di cui Dama è sprovvista e che rappresenta un aspetto burocratico essenziale per sottoscrivere contratti con la Regione Lombardia, tanto da aver portato i pm di Milano ad accusare Dini e Bongiovanni anche del reato di turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente.

Dalla fornitura alla donazione
Ciò che non convince i magistrati è la solerzia con cui Fontana ha indotto Dini a rinunciare ai pagamenti della Regione, trasformando il 20 maggio scorso il contratto da fornitura a donazione. L’ipotesi dei pm è che ciò sia stato fatto dopo che tra il 10 e il 12 maggio anche il programma Report s’era occupato dell’operazione. «Non è vero che la rinuncia al pagamento, definita “donazione” con spirito del tutto irridente e poco nobile, sia dipesa dalla presenza di Report, che già stava interessandosi alla fornitura camici». «Report in realtà si è palesata con le prime domande sul punto solo il 1° giugno, quando erano già trascorsi 18 giorni», ha proseguito Fontana. «Ribadisco che nulla ho saputo dei rapporti negoziali a titolo oneroso fra Dama e Aria fino al 12 maggio», particolare, quest’ultimo, in contrasto con quanto dichiarato venerdì scorso da Bongiovanni ai pm.

Il verbale dell’ex dg di Aria
Il dg dimissionario di Aria avrebbe comunicato alla segreteria di Attilio Fontana già il 10 maggio scorso che esisteva un contratto di affidamento diretto per la fornitura di camici e altri dispositivi di protezione individuale per far fronte all’emergenza Covid a Dama, l’azienda del cognato del Governatore. Il manager ha spiegato di aver comunicato a Giulia Martinelli, capo della segreteria di Fontana, della fornitura a titolo oneroso il 10 maggio, mentre il presidente della Lombardia oggi in aula ha dichiarato di non aver saputo nulla “dei rapporti negoziali” tra Dama e Aria fino al 12 maggio.

Il bonifico da 250mila euro
Nel corso del suo discorso al Consiglio regionale, inoltre, Fontana ha aggiunto che «ho chiesto a mio cognato di rinunciare al pagamento per evitare polemiche e strumentalizzazioni (sono stato facile profeta!) e di considerare quel mancato introito come un ulteriore gesto di generosità».
A non convincere i magistrati, però, c’è anche un altro aspetto: Fontana, infatti, ha volontariamente versato 250mila euro a Dini da un conto corrente svizzero su cui erano confluiti nel 2015 5,5milioni oggetto di scudo fiscale. L’operazione è stata oggetto di Sos a Bankitalia. Sul punto Fontana ha spiegato che «avevo spontaneamente considerato di alleviare in qualche modo l'onere dell'operazione, partecipando personalmente, proprio perché si trattava di mio cognato, alla copertura di una parte di quell'intervento economico. Si è trattata di decisione spontanea, volontaria e dovuta al rammarico nel constatare che il mio legame di affinità aveva solo arrecato svantaggio ad una azienda legata alla mia famiglia. E così quel gesto è diventato sospetto, se non addirittura losco».

Ipotesi rogatoria internazionale
Ora però gli investigatori del Nucleo valutario della Guardia di finanza vogliono chiarire anche gli aspetti connessi al conto corrente svizzero, su cui erano giunti fondi riconducibili alla madre di Fontana provenienti dalle Bahamas. L’ipotesi che su questo conto elvetico siano passati anche altri capitali è oggetto di verifica. Per questo in Procura si valuta una rogatoria internazionale in Svizzera. Si tratta, in particolare, di un conto corrente acceso alla Ubs Bank, in cui sono confluiti 5,5milioni provenienti da un trust alle Bahamas. Si tratta di capitali per i quali c'è stata voluntary disclosure nel 2015. Tuttavia l’origine è ignota.

I difensori: reato fumoso
«L’aspetto che la Procura non apprezza è il mancato completamento della fornitura dei camici, ma chi non ha rispettato il contratto è stato il cognato di Fontana»: lo ha spiegato Jacopo Pensa, difensore del governatore lombardo Attilio Fontana, indagato nel caso della fornitura di camici e dispositivi di protezione individuale da parte della Dama spa, azienda di cui è titolare il fratello della moglie Andrea Dini. Il legale, che si è incontrato con i pm milanesi con cui ha avuto «uno scambio di vedute», ha aggiunto che «il reato è molto fumoso» e che depositerà in Procura per settembre una serie di carte difensive. Si vedrà poi, ha aggiunto il legale, se saranno sufficienti o sarà necessario per Fontana farsi interrogare».

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