Intervista

Camillo Nuti: «Tante le opere stradali del Dopoguerra, urgente piano di monitoraggio»

di Alessandro Arona


L’Italia che crolla: dal ponte Morandi al viadotto della Palermo-Agrigento durato 10 giorni

2' di lettura

«Una parte consistente del nostro patrimonio infrastrutturale ha l’età del ponte Morandi di Genova, soprattutto le autostrade. Eppure non esistono regole precise che impongano - come per le automobili - quando fare la “revisione”: come fare i controlli e con quale frequenza, quanto spendere per la manutenzione, come intervenire».
Così riflette a caldo Camillo Nuti, professore ordinario di tecnica delle costruzioni a Roma 3, membro anziano del Consiglio superiore dei lavori pubblici, uno dei più noti ingegneri strutturisti in Italia. E aggiunge: «Questa tragedia deve probabilmente spingerci a fare di più».

Professore, si può dire qualcosa sulle cause del crollo?
No guardi, non mi sembra serio fare ipotesi in questo momento, ci sarà un’inchiesta della magistratura. Colpisce però che sia un ponte progettato da Riccardo Morandi, uno dei più grandi ingegneri civili italiani, protagonista in Italia e all’estero in tutto il dopoguerra e fino agli anni ottanta. E poi che la tratta in questione sia in concessione ad Autostrade per l’Italia, il più importante e serio gestore autostradale in Italia.

Il Ponte Morandi è stato costruito tra il 1963 e il 1967, era ormai troppo vecchio?
Dopo 40-50 anni, certamente, le infrastrutture vanno monitorate attentamente, e sottoposte a opere importanti di controllo e manutenzione. Il problema è italiano ma di molti altri paesi europei: buona parte del nostro sistema infrastrutturale è stato ricostruito e ampliato nel secondo dopoguerra, e oggi ha oltre 50 anni. In Italia ci sono centinaia di chilometri di autostrade con ponti e viadotti dell’età del ponte Morandi: le autostrade liguri, l’Autosole, la Parma-La Spezia, la A24/A25 (che ha anche un’urgenza di messa in sicurezza anti-sismica).

Oggi ci sono anche livelli di traffico ben superiori a quelli per i quali le opere furono progettate...
Sì certo, la “ripetizione di carico” può comportare dei problemi e l’esigenza di una maggiore manutenzione, ma non può essere automaticamente considerata la causa del crollo.

Per le automobili ci sono regole precise che impongono tagliandi periodici e la revisione ogni tot anni. Esiste nulla di simile per le infrastrutture esistenti?
Le auto sono prodotti industriali fatti in serie, le infrastrutture sono prodotti unici e irripetibili (ponti e viadotti sono detti “opere d’arte”), farei piuttosto il paragone con le diagnosi di un medico. Il monitoraggio sulle infrastrutture, fatto di controlli visivi e indagini su calcestruzzo e armature, ha un certo margine di incertezza.

Allora riformuliamo la domanda: esistono regole che impongono alle infrastrutture con quale periodicità andare dal medico, e quali cure fare?
No, regole precise non ne esistono: è responsabilità del gestore (privato o pubblico che sia) garantire manutenzione e sicurezza. Però questa tragedia deve farci riflettere. Non c’è abbastanza attenzione, da parte di tutti, sullo stato delle infrastrutture. Bisogna pensare a regole più stringenti sul monitoraggio e la manutenzione delle infrastrutture con “una certa età”. Le concessionarie private sono naturalmente più proponse a investire per opere che portino più traffico, piuttosto che sulla manutenzione, ma più in generale bisogna forse pensare a un grande piano di monitoraggio e poi di investimenti sulle infrastrutture del dopoguerra. Fra l’altro interventi rilevanti impongono spesso chiusure o limitazioni del traffico, e questo non è facile da far accettare agli stessi utenti.

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