Interventi

Campioni nazionali e interessi europei

di Maurizio Maresca


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(© Bernal Revert)

3' di lettura

Ci sono aspetti incomprensibili nella politica italiana verso l’Europa quando si affrontano i temi dell’economia e dell’industria. Probabilmente da mettere in relazione con una diffusa ignoranza delle riforme che oggi si profilano o con una sostanziale inadeguatezza della politica. La consapevolezza di queste riforme in corso di elaborazione si presenta in Italia solo al verificarsi di eventi come la annunciata alleanza fra Fca e Psa, l’interruzione del processo di risanamento dell’Ilva, la crisi Alitalia e il riordino del mercato delle infrastrutture (che finisce per penalizzare i “campioni nazionali” molto attivi all’estero) . Sarebbe invece molto importante se l’Italia, Paese fondatore e di peso nell’Unione, oltre a sviluppare una minima credibilità di politica industriale (per difendere i suoi campioni nazionali – ciò che, se guardiamo alla finanziaria di oggi, proprio non avviene), ritornasse propulsiva, contribuendo a disegnare la nuova politica industriale dell’Unione (i cui tratti sono peraltro chiarissimi dall’agenda 2019/2024). È bene riassumere i tratti di questa nuova politica industriale comune che mira ad affrontare la sfida della competitività globale “con una voce sola”.

Secondo le proposte del presidente francese Emmanuel Macron del dicembre 2017, condivise ormai da pressoché tutti i Paesi membri, il futuro dell’Unione passa anzitutto per una ridefinizione “aggressiva” delle competenze fra centro e periferia – ovviamente a favore del centro e quindi dell’Unione – su alcuni temi a vocazione economica per assicurare la competitività dei Paesi membri sul piano globale. Segnatamente l’idea che si delinea in termini nitidi consiste in una riforma molto ambiziosa dell’industria per fronteggiare la sfida sui mercati globali specie di Cina e Stati Uniti: l’Europa deve infatti presentarsi come centro unitario e coordinato perché i suoi Paesi membri, che restano ancora titolari della loro sovranità economica, siano competitivi sul piano globale. Questo comporta:

1 la competenza esclusiva dell’Unione per quanto riguarda la promozione di imprese competitive (European champions) in ambito internazionale;

2 il controllo, sempre da parte dell’Unione, degli investimenti sovrani.

Il primo è un punto delicatissimo dopo il tentativo di concentrazione fra Alstom e Siemens respinto dalla Commissione europea che si completerà con alcune altre operazioni ad esempio nell’automotive (che inizia con l’alleanza Fca-Psa), nella cantieristica (l’alleanza Fincantieri-Stx), nelle infrastrutture, nella finanza e nell’alta tecnologia. Si tratta di declinare e ricostruire il cosiddetto “interesse europeo” destinato a regolare il nuovo riparto delle competenze fra centro e periferia: una figura nuova unificante la politica industriale e delle infrastrutture e deviante tuttavia rispetto alle regole del mercato e finanche alla figura dell’”interesse nazionale”. Una riforma che non comporta una modifica delle basi giuridiche previste dai trattati ma, semmai, il loro pieno utilizzo: mentre non può escludersi la necessità di rimodulare alcune norme in materia di concorrenza (come il regolamento concentrazioni e alcune misure sugli aiuti per consentire un maggiore coinvolgimento pubblico a sostegno di imprese che restano tuttavia private), contemperando il rischio di un indebolimento del mercato interno con l’obiettivo di una maggiore competitività internazionale (di qui le differenze fra Francia e Germania da una parte e la Commissione europea dall’altra).

Il secondo profilo di questa evoluzione è dato dal controllo degli investimenti stranieri (i cosiddetti Foreign direct investment o Fdi) che l’Unione intende centralizzare. L’obiettivo non è solo di difenderci dall’intervento di Paesi che operano attraverso imprese pubbliche di fatto titolari di poteri sovrani, e quindi in violazione quantomeno delle regole sulla concorrenza, ma anche di assicurare che gli investimenti stranieri da chiunque posti in essere non collidano con l’”interesse europeo”. Cio che sarebbe, ad esempio, se imprese straniere, sovrane o meno, acquisissero il controllo di infrastrutture strategiche o imprese produttrici di beni e servizi essenziali per l’economia europea. Un’evoluzione che significherebbe andare oltre il recente regolamento 452 del 2019 che ha istituito uno strumento di cooperazione fra la Commissione e gli Stati membri proprio sugli Fdi.

Questa evoluzione complessiva è figlia di un tempo in cui le regole sul commercio internazionale sono molto deboli (si pensi a quelle della Wto sui sussidi e sull’impresa pubblica) e gli Stati influenzano, talvolta direttamente, i mercati, promuovendo o partecipando a imprese che diventano titolari di una posizione dominante in un contesto in cui la trasparenza sul mercato è sempre meno presidiata, proprio perché la politica e gli Stati estendono il loro dominio sul governo dell’economia, ricorrendo a strumenti opposti rispetto a quelli maturati nella comunità europea.

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