l’intervista

Campo Dall’Orto: «La Rai torna centrale nel sistema tv»

di Andrea Biondi e Marco Mele


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5' di lettura

Alle spalle c’è «un anno positivo su tutti i fronti: ascolti, bilancio, posizionamento dei canali». Ma davanti le incognite non mancano: «Se passa l’estensione del tetto agli stipendi degli artisti e non si risolve il discorso legato all’inclusione della Rai nella lista delle Pubbliche Amministrazioni, quella dei prossimi anni sarà un’altra Rai. Perché è in gioco la nostra libertà d’impresa. Non solo gli stipendi degli artisti». Se tali incognite saranno risolte positivamente, si punterà in alto: «La Rai vuole essere al centro del sistema, non avendo dei concorrenti ma dei partner con cui fare accordi, da Sky a Timvision, da Netflix ad Amazon».

Antonio Campo Dall’Orto, direttore generale Rai da agosto 2015, mette agli atti un 2016 che ha dato soddisfazioni. Certo, fra lo scorso anno e i primi mesi del 2017, ha dovuto affrontare non pochi grattacapi. Dalla scivolata di “Parliamone Sabato” all’uscita di scena di Carlo Verdelli e Francesco Merlo dopo la scontro in Cda sul Piano dell’informazione. Dall’altra parte ci sono raccolta pubblicitaria e ascolti nel prime time che crescono; gli eventi, dal Festival di Sanremo allo sport, che “tirano”; un’offerta di fiction che da “Montalbano” ai “Medici”, da “Schiavone” a “La porta rossa”, è accolta con favore dal pubblico e «fra un po’ partiremo con un’offerta di fiction seriale in daytime su Rai 2».

La fiction in daytime è un attacco alla rete ammiraglia di Mediaset. Non è che i vostri risultati sugli ascolti nel prime time dipendono più che altro dalle performance non brillanti del principale competitor?
Mediaset magari non è stata in grande spolvero. Ma ci sono due editori come Sky e Discovery che hanno investito sui canali 8 e 9: Europa League, motociclismo, Masterchef, Crozza. Non è roba da poco. Il tutto all’interno della tendenza globale alla frammentazione degli ascolti.

È stato l’anno del cambio di Governo, con il passaggio del testimone da Renzi a Gentiloni. Cosa è cambiato per la Rai?
Il mandato è sempre lo stesso, per ambizione e per autonomia aziendale; l’azionista anche. La mia missione è rendere il servizio pubblico più contemporaneo. Negli anni ’50 la Rai ha alfabetizzato il Paese. Oggi lo deve tenere unito. Abbiamo un vantaggio: parlare ogni giorno a 36 milioni di persone, senza intermediari.

Lo scorso anno lei disse che la Rai avrebbe dovuto meritarsi il canone. Ve lo siete meritato?
Posso dire che si è risvegliata l’attenzione verso di noi: l’innovazione nell’offerta è palese. Abbiamo fatto innovazione con la fiction ma anche con Roberto Bolle, con la Scala o con Fuocoammare in prima serata. Abbiamo fatto innovazione con il successo di Raiplay, 158 milioni di media views fra gennaio e marzo 2017. Abbiamo aumentato le ore di copertura dell’informazione: in un anno di emergenze abbiamo fatto 189 ore in più di telegiornale. La direzione creativa ha cambiato il modo con cui si presentano i canali.

Proprio sull’informazione, sul piano, non teme di rimetterci il posto?
Non credo (ride). Il piano è figlio del confronto con il cda e sarà portato in consiglio per la valutazione finale nelle prossime settimane.

Auguri. Intanto la Rai è attesa a sfide e decisioni importanti, anche nel ruolo di azionista. Ci sarà un matrimonio fra Raiway ed EI Towers per la nascita di un polo nazionale delle torri a maggioranza pubblica?
Le operazioni di consolidamento tra attività omologhe generano valore per gli azionisti, in genere. Ma in questo momento non ci sono operazioni attive. Pur dentro a un’opzione strategica condivisibile, non c’è al momento da RaiWay alcuna sollecitazione su operazioni da portare avanti.

Sui diritti del calcio, la Rai potrà avere un ruolo alla prossima asta per la serie A e la Champions League?
La nostra missione è quella di tenere unito il Paese, con la fiction civile come con la Nazionale di calcio, Under 21 inclusa. Dobbiamo creare momenti collettivi. Non abbiamo la tentazione di entrare nel calcio a pagamento. Su quello gratuito, come per le finestre della Champions League, saremmo interessati, ma abbiamo altre priorità. La prima sono i Mondiali di calcio, su cui l’asta è aperta ma nessuno ha comprato i diritti perché il valore richiesto è troppo elevato dal momento che non vi è ancora certezza della presenza dell’Italia, per cui faccio un gran tifo. Subito dopo ci sono le Olimpiadi.

A che punto è la trattativa con Discovery, che controlla Eurosport e ha diritti sulle Olimpiadi fino al 2024?
Stiamo trattando, ma siamo lontani. Le nostre priorità sono, nell’ordine, Mondiali, Olimpiadi, ciclismo, sport popolare, Formula Uno. Tra cinque anni sarà più difficile per il servizio pubblico avere tali eventi.

Dipende dalle risorse...Veniamo ai conti. Il primo bilancio con il canone in bolletta elettrica, com’è stato?
Noi abbiamo agito dove potevamo, senza sapere come sarebbe andata a finire, tenendoci cauti sulle previsioni. Il canone in bolletta è stato un successo anche se su cento euro di canone alla Rai ne sono andati 82,7. E su novanta ne avremo 76. Sono saliti gli ascolti e la fascia cresciuta di più è quella dei millennials, di due punti percentuali. È tanto.

La pubblicità?
È cresciuta, per la prima volta in sei anni. Lo abbiamo fatto aumentando i prezzi medi: dell’8,8% sulle reti generaliste e del 12% sugli altri canali. Prezzi che in passato erano diminuiti. Tra canone, pubblicità e altri ricavi abbiamo avuto 316 milioni di ricavi in più sul 2015.

Come avete allocato tali maggiori ricavi?
Abbiamo investito 20 milioni aggiuntivi sui contenuti. Abbiamo coperto la spesa di 140 milioni per Europei e Olimpiadi. Abbiamo messo in sicurezza lo stato patrimoniale con 90 milioni.

E il 2017?
Abbiamo presentato un budget in pareggio e dobbiamo fare economie sul prodotto perché avremo meno risorse da canone.

Il rapporto con i produttori e con la produzione industriale: Un posto al sole è un’eccellenza che la Rai non ha fatto diventare “scuola”...
L’idea è di fare più tv scritta, più fiction rispetto all’intrattenimento. La misurazione di quanto fai nell’audiovisivo non è tanto il ritorno sul conto economico, ma sulla società. Vogliamo investire quote inferiori al 100% dei costi sulle fiction per far patrimonializzare i produttori e permettere loro di investire di più. Non devi essere proprietario di tutti i diritti. Consolidando la produzione indipendente si favorisce la creatività. “Un posto al sole” riesce a mettere nel racconto tutto quello che accade nella società. E la serialità industriale crea maggior valore aggiunto dell’intrattenimento. Un programma lo apri e lo chiudi, una linea industriale va pianificata. Ne vorrei una per rete o per Centro di produzione, che sia una scuola. Com’è stata La Squadra, come lo è Un posto al sole.

Come valuta le polemiche di questi giorni su Report? Esiste un problema Report per la Rai?
Report ha sempre fatto Report. E ha la caratteristica di fare investigazioni che molto spesso sono abrasive. La mia raccomandazione sempre, a Milena Gabanelli prima e a Sigfrido Ranucci poi, è di fare – così come hanno sempre fatto – il loro mestiere con grande attenzione, visti i temi delicati che sono i più vari e in particolare per l’uso di interviste anonime.

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