rivoluzione robotica e occupazione

Camusso (CGIL): «Proponiamo un “Piano nazionale di formazione per l’ inclusione digitale”»

di Vittorio Carlini

Susanna Camusso (Imagoeconomica)

5' di lettura

«Ci sono posizioni molto distanti fra coloro che analizzano l’impatto della digitalizzazione. Valutazioni diverse ma tutti convergono sul fatto che questo processo avrà conseguenze sull’occupazione». Susanna Camusso, Segretario generale della CGIL, esprime il suo pensiero sul rapporto tra la rivoluzione robotica e il mercato del lavoro. Un tema rispetto al quale aggiunge: «Il solo impatto a “bassa intensità” dell’ innovazione tecnologica, realizzata tra il 1987 e il 2017 negli Stati Uniti, permette oggi di realizzare una produzione manifatturiera superiore dell’ 85% con un terzo degli occupati in meno. Non importa scomodare gli economisti per prevedere che se incrementa la produttività e la domanda rimane stabile l’ occupazione ne risente. È anche vero che ad oggi i peggiori saldi occupazionali riguardano le realtà ed i paesi con maggior ritardo tecnologico».

Spesso si parla di automazione. Questa, soprattutto nella filiera produttiva italiana, è stata in realtà portata avanti da anni. Il vero tema, invece, è quello della digitalizzazione. Un fenomeno che implica la disintermediazione di molte attività. Si tratta di un'opportunità oppure di un rischio per l'occupazione?
Le imprese che hanno intrapreso la strada dell’ innovazione di processo sono solo una minoranza. Il nostro capitalismo sconta una bassa propensione agli investimenti, caratteristica che si è amplificata per l’ intreccio della crisi, il ritirarsi del nostro sistema bancario nel perimetro della raccolta di capitali e della loro gestione. A questo si aggiunge, poi, la mancanza di un intervento pubblico di sostegno e promozione delle politiche industriali. Tutto ciò ha accentuato la polarizzazione dell’ apparato produttivo dove convivono realtà molto dinamiche con altre che ancora restano nei modelli della prima rivoluzione industriale. Si tratta di un contesto che ha lasciato il Paese indietro nei processi di digitalizzazione. Non siamo ancora riusciti a mettere a valore quell’enorme giacimento di beni rinnovabili che sono i “dati”. A differenza di altri Paesi le nostre imprese utilizzano solo il 5% delle loro potenzialità. Questo ritardo non ha certo rafforzato il sistema Paese sul lato occupazionale.

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Ogni volta che si parla d’innovazione tecnologica il mantra di molti è: maggiore formazione tecnico-scientifica. Non c’è il rischio di creare cittadini di seria A e di serie B?
Effettivamente la formazione è centrale e il ritardo evidente. Serve una riflessione e un cambiamento profondo; la nostra vita è stata immaginata in quattro stagioni: quella del gioco, quella dello studio, quella del lavoro e quella del riposo. È un modello che si è affermato durante le tre rivoluzioni industriali, rivoluzioni che sono durate decenni (150 la prima, 75 la seconda, 25 la terza). Stiamo entrando in un tempo dove l’innovazione sarà permanente. È chiaro che il modello andrà profondamente ripensato e non sarà con la sola formazione tecnica che potremo preparare le persone a ciò che in futuro ci attende.
Inoltre, sempre con riferimento alla formazione, chi è più avanti con gli anni può trovarsi nella situazione di non riuscire a colmare il gap di conoscenza.

Un’ulteriore spinta alla guerra “generazionale” tra lavoratori giovani e lavoratori più anziani?
Già oggi siamo in presenza di questa criticità. Anche per questo, come CGIL, stiamo proponendo a tutti a partire da Confindustria di lanciare un “ Piano nazionale di formazione per l’ inclusione digitale” . Abbiamo bisogno di fare anche adesso quel che i sindacati e le parti sociali seppero fare con le 150 ore. Sarebbe un modo per dare un contenuto forte al “patto per la fabbrica” che Confindustria va proponendo. Stiamo aspettando la risposta della stessa Confindustria.

Chi deve farsi carico di questa formazione?
Un nuovo progetto formativo come questo chiama in causa tutti: il pubblico, le parti sociali, e con esse la stessa bilateralità.

Il mercato del lavoro italiano, così come è strutturato, è in grado di assorbire l’onda della digitalizzazione?
Con una domanda interna cosi bassa e senza progetti che generino valore e lavoro da parte del pubblico temo proprio di no. Non a caso noi insistiamo col Piano per il Lavoro. Mi faccia dire, proprio sul tema dei big data e degli algoritmi, dove servono importanti investimenti, non sarebbe utile un intervento del pubblico, magari per sviluppare tecnologie predittive nella sanità, nell’ambiente, nella gestione del patrimonio culturale, nella salvaguardia del territorio, solo per fare degli esempi?

Il tessuto industriale italiano è formato da molte piccole imprese. All’interno della globalizzazione, la dimensione non è un limite nella possibilità di sfruttare gli aspetti positivi della rivoluzione robotica?
Piccolo è bello è stato uno degli slogan più usati negli anni passati ma anche uno degli indirizzi di politica industriale peggiori che si siano dati al Paese. Per anni l’abbiamo sentito ripetere, ma piccolo non è per nulla bello. Il rischio è che la piccola dimensione di impresa non riesce a competere sui mercati globali, non ha la dimensione necessaria per gli investimenti in innovazione e sviluppo, non ha la mentalità e le possibilità per aggredire mercati culturalmente diversi. È chiaro che ci vuole un cambiamento senza il quale non solo continueremo a perdere capacità produttiva, ma le contraddizioni continueranno ad essere scaricate in misura sempre maggiore sul lavoro.

Perché, basta vedere le forme di luddismo 4.0 in Francia, ogni volta che si affronta una fase d’innovazione tecnologica la reazione di grande parte dei lavoratori è di paura, se non di rigetto?
Il luddismo si manifestò con forza nella prima rivoluzione industriale. Nella seconda il compromesso sociale tra capitale e lavoro contenne quelle spinte, fino a sconfiggerle. La conquista dello stato sociale, delle 8 ore, della sicurezza portarono il lavoro a vivere quel dirompente cambiamento tecnologico e il conseguente aumento di produttività (molto più grande dell'attuale) come la condizione per generare benessere diffuso. La terza rivoluzione industriale con la globalizzazione come ricerca di luoghi a minor costo ha riportato indietro gli orologi, ha cancellato il compromesso sociale senza sostituirlo con uno nuovo. L'idea che il mercato da solo avrebbe assicurato benessere diffuso non ha funzionato e se un riequilibrio è avvenuto sul piano globale, nei singoli stati le disuguaglianze sono letteralmente esplose mettendo a rischio persino la tenuta democratica di molti stati con la rinascita di populismi e di spinte autoritarie. Se vogliamo creare consenso alla loro diffusione, bisogna partire da qui, da una proposta politica di governo dei processi. I tedeschi attraverso un sistema tripartito hanno lanciato con il “libro verde” il piano industria 4.0 ma con il “libro bianco” hanno anche lanciato il piano “lavoro 4.0”: un nuovo compromesso sociale. È quello che unitariamente con CISL e UIL stiamo chiedendo di discutere al Governo.

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