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Canapa industriale, un emendamento alla manovra fissa criteri chiari per il commercio

Un subemendamento fresco di approvazione in commissione Bilancio va a colmare un vuoto legislativo: dal 1° gennaio 2020 tutte le parti della canapa potranno essere commercializzate

di Silvia Marzialetti

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(RYLAND ZWEIFEL - stock.adobe.com)

Un subemendamento fresco di approvazione in commissione Bilancio va a colmare un vuoto legislativo: dal 1° gennaio 2020 tutte le parti della canapa potranno essere commercializzate


2' di lettura

Indicazioni chiare sui prodotti commercializzabili e definizione di una soglia certa del principio attio Thc (lo 0,5%) entro cui operare legalmente.
Il subemendamento alla manovra sulla canapa industriale (a firma Mollame- Mantero) rappresenta una vera rivoluzione e apre la strada agli investimenti in un quadro di certezza del diritto.

Se l’attuale impianto del provvedimento sarà confermato, dal 1° gennaio 2020 tutte le parti della canapa potranno essere commercializzate, purchè entro un tetto dello 0,5% di Thc e dietro versamento di una accisa (stesso meccanismo applicato agli alcolici).

Il subemendamento fresco di approvazione in commissione Bilancio va a colmare un vuoto legislativo lamentato da tempo: sotto accusa da parte degli operatori della filiera la scarsa chiarezza sui contorni di liceità.

«La legge 246 che dal 2016 disciplina la filiera, regolamenta solo la coltivazione e fa riferimento a una soglia di tolleranza ampia, compresa in una forbice tra lo 0,2 e lo 0,6% di Thc», commenta l’avvocato Giacomo Bulleri. A fine maggio una sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione è intervenuta in maniera restrittiva sulla norma, ma si invitava il legislatore a riconsiderare la materia «cosi da delineare una diversa regolamentazione».

Ora la svolta: introducendo nella legge la parola “vendita” e fornendo regole e limiti chiari, il subemendamento mette produttori e commercianti al riparo dalle azioni della magistratura.

Non solo: dal 1° gennaio – si legge nel testo del subemendamento – sarà liberalizzata la vendita di tutte le parti della pianta in forma essiccata, fresca, trinciata o pellettizatta a fini industriali, commerciali ed energetici, purchè il contenuto di Thc nella biomassa non sia superiore allo 0,5 per cento (oltre la quale scatta la definizione di stupefacente).

Entro lo stesso tetto, il raggio d'azione della legge 242 sarà allargato «alla coltivazione e alla trasformazione di qualsiasi parte della pianta, compresi i fiori, le foglie, le radici e le resine».

La certezza del diritto potrebbe spianare la strada agli investimenti in un settore che all’estero è da tempo molto ambito.
Secondo una ricerca di Prohibition Partners, divulgata da Canapar, il valore della cannabis nel nostro Paese è stimato tra 7,2 miliardi e 30 miliardi di euro.

«Siamo sotto assalto di investitori esteri, soprattutto canadesi, che in Italia hanno subodorato grandi opportunità di business e molte società attive nella produzione e nella commercializzazione di prodotti con cannabis pensano alla quotazione», dice Stefano Zanda, fondatore di MJ.

Secondo Coldiretti «è importante fare chiarezza per tutelare i cittadini senza compromettere le opportunità di sviluppo del settore con centinaia di aziende agricole che hanno investito nella cannabis e con i terreni coltivati in Italia che nel giro di cinque anni sono aumentati di dieci volte dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4mila stimati per il 2018, nelle campagne dalla Puglia al Piemonte, dal Veneto alla Basilicata, ma anche in Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna».

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