ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLe motivazioni della Corte

Cancellata la tutela della vita. Perchè la Consulta dice no all’eutanasia

Per la Corte Costituzionale il sì al referendum avrebbe esteso la legittimità molto oltre il caso nel quale la fine della vita è voluta per effetto di malattie e sofferenze

di Giovanni Negri

Eutanasia, no al referendum: «Non tutelati deboli e vulnerabili»

2' di lettura

Al di sotto della tutela minima del diritto alla vita. Questo l’effetto che avrebbe avuto un giudizio di ammissibilità sul referendum in materia genericamente di «fine vita», più tecnicamente sull’omicidio del consenziente. La Corte costituzionale ha depositato le motivazioni alla base dei tre verdetti di inammissibilità con i quali, due settimane fa, sono stati bocciati i quesiti in materia di droghe leggere e responsabilità civile dei magistrati, oltre che sul trattamento penale da riservare a chi determina l’uccisione altrui con il suo consenso.

Cadono i limiti del Codice penale

Su quest’ultimo tema, senza dubbio quello che più ha catalizzato contestazioni e polemiche una volta resa nota la decisione della Corte, le motivazioni permettono almeno di fare chiarezza sul ragionamento giuridico seguito. Così, la formulazione del quesito da parte dei promotori, intervenendo sull’articolo 579 del Codice penale, cancellandone una parte e lasciandone sopravvivere la successiva, saldata con la precedente, avrebbe reso, osserva la sentenza, lecita l’uccisione di una persona con l’assenso della stessa, al di fuori dei tre casi già oggi presenti nel Codice: quello del minorenne, quello dell’infermo psichico, quello del consenso estorto con minaccia violenza o inganno.

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Una piena disponibilità della vita

In questo modo, si legge nella pronuncia, sarebbe stata autorizzata, a differenza di quanto oggi previsto, «la piena disponibilità della vita da parte di chiunque sia in grado di prestare un valido consenso alla propria morte, senza alcun riferimento limitativo». Un sì al referendum, in altre parole, avrebbe reso legittimo l’omicidio di chi vi ha acconsentito, indipendentemente dalle ragioni per le quali il consenso è stato espresso, dalle forme della sua manifestazione, dalle qualità dell’autore del fatto, dai modi in cui la morte è provocata.

Si sarebbe cioè, nella lettura della Corte, andati oltre le situazioni che vedono la fine della vita come esito di una precisa volontà da parte di chi si sente prigioniero del proprio corpo per malattia irreversibile, dolori e condizioni psicofisiche non più tollerabili.

Sulle droghe, contrasto con gli accordi internazionali

Quanto al referendum sulle droghe, le ragioni della bocciatura stanno nella sua contraddittorietà e nella contrarietà a obblighi internazionali assunti dall’Italia. Per quanto riguarda la coltivazione, la richiesta referendaria avrebbe avuto un effetto espansivo tale da depenalizzare non soltanto la coltivazione di cannabis, ma anche di tutte le piante da cui si estraggono droghe sia leggere sia pesanti. Il tutto in conflitto con gli obblighi internazionali assunti con le Convenzioni di Vienna e New York e con la Decisione quadro 2004/757/Gai.

Depenalizzazione a metà

I promotori intendevano poi anche cancellare il carcere per le condotte riguardanti le sole droghe leggere, ma la conseguenza, in evidente contraddizione, sarebbe stata invece, avverte la Consulta, la conservazione della pena congiunta della reclusione della multa per fatti di lieve entità.

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