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Cannabis, perché si può coltivarla sul balcone ma non comprarla in negozio

Il dispositivo della Cassazione stabilisce che la coltivazione domestica di cannabis non è reato, mentre la vendita di marijuana «light» resta proibita. Un paradosso? Non proprio

Negozi cannabis: "Non siamo spacciatori, molti clienti sopra 60 anni"

3' di lettura

A volte, le sentenze possono essere stupefacenti. E non per modo di dire. La Corte di Cassazione a sezioni unite ha stabilito il 26 dicembre 2019 che la coltivazione domestica e a uso personale di cannabis non può essere considerata reato .

Tutto bene? Sì, se non fosse che appena sette mesi fa, a maggio 2019, la stessa Corte aveva ritenuto illegale la vendita della cosiddetta cannabis light, ovvero di una varietà di canapa con un quantitativo di principio attivo Thc troppo basso per produrre effetti «droganti». Il risultato può sembrare paradossale, soprattutto per gli oltre 1.500 esercizi avviati quando la produzione e la commercializzazione delle inflorescenze rientravano nel perimetro della legalità.

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L'ultimo verdetto della Corte stabilisce che è lecito produrre personalmente e consumare una sostanza con effetti droganti (la canapa con un grado di Thc superiore al limite fissato in Italia, pari allo 0,6%), dopo aver messo al bando la vendita di una sostanza sprovvista di quegli effetti (la canapa con un grado di Thc inferiore allo 0,6%).

La chiave è nella coltivazione
«Può sembrare» perché in effetti, a livello giuridico, la contraddizione non sussiste. Facciamo un passo indietro. La sentenza della Corte numero 30475 del 10 luglio 2019 ha stabilito che la vendita al pubblico di foglie, inflorescenze, olio e resina derivanti dalla coltivazione di cannabis sativa L, è vietata «anche se il contenuto di Thc è inferiore ai valori indicati nella legge 242/2016 (disciplinava la «promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa», ndr).

A grande linee, il principio fondamentale è che si proibisce la commercializzazione delle categorie indicate, a prescindere dal quantitativo di Thc presente. Il dispositivo anticipato dall’informazione provvisoria numero 28 del 2019 si concentra, invece, su un aspetto diverso: la coltivazione, distinguendo tra una coltivazione finalizzata al commercio (perseguibile come reato) e una coltivazione che sembra destinata al consumo personale (non perseguibile come reato). In entrambi i casi, a fare la differenza non è il quantitativo di Thc contenuto ma la “scala” dalla produzione.

«La Corte - spiega Vittorio Manes, ordinario di diritto penale all'Università di Bologna - ha ritenuto di operare una distinzione tra una coltivazione cosiddetta “tecnico-industriale”, destinata alla vendita, e una coltivazione che in base ad alcuni fattori, come le tecniche utilizzate e il quantitativo di piante, è compatibile solo con un uso squisitamente personale e non può essere assoggettata alle pene» .

Il business (saltato) della cannabis light
Lo sconfitto del caso, comunque, è il business della cannabis light, esploso in Italia dopo il 2016 e ora a rischio tracollo “grazie” all’ultima stretta normativa. Nell’ultima manovra sarebbe dovuto comparire un emendamento per regolamentare la produzione di cannabis light, considerata come tale sotto a un tetto dello 0,5% di Thc. La misura è poi stata stralciata , mettendo a repentaglio una filiera cresciuta fino a dimensioni importanti: il mondo della canapa industriale made in Italy conta oggi mille negozi, 800 partite Iva agricole specializzate, 1.500 nuove aziende di trasformazione e distribuzione e circa 10mila addetti. Secondo il Consorzio nazionale per la tutela della filiera, si parla di un giro di affari di 150 milioni di euro al 2018, con prospettive di crescita europea pari a 36 miliardi di euro entro il 2021.

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