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Cannes: «EO», il viaggio di un asino come brutale metafora delle azioni umane

Il regista polacco Jerzy Skolimowsky rilegge il capolavoro di Robert Bresson «Au hasard Balthazar» del 1966.

di Andrea Chimento

3' di lettura

Jerzy Skolimowsky scuote ancora una volta la Croisette: il regista polacco, classe 1938, ha presentato a Cannes «EO», il suo nuovo e ambizioso lungometraggio che ha diviso critica e appassionati presenti al Festival.
Già varie volte in lizza per la Palma d'oro (nel 1982 vinse per la miglior sceneggiatura con «Moonlighting», uno dei suoi film più importanti), Skolimowsky torna in concorso con una pellicola che prende ispirazione da «Au hasard Balthazar», capolavoro assoluto del 1966 firmato da Robert Bresson.

Anche in questo caso il protagonista è un asino (di nome Eo) che, passando di proprietario in proprietario, si confronta con le terribili brutture del mondo che ci circonda. Partendo dalla Polonia e arrivando in Italia, il suo viaggio è un lungo e sofferente percorso che darà adito a numerose riflessioni sull'umanità contemporanea.Che Skolimowsky ami provocare è un dato di fatto, così come che sia un grande regista: nella sua carriera ha firmato cult come «Il vergine» (1967), «La ragazza del bagno pubblico» (1970) e «L'australiano» (1978), ma anche negli ultimi anni ha diretto pellicole di grande spessore come «Essential Killing» (2010), film quest'ultimo con cui «EO» ha più di un punto in comune.

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Se nella precedente pellicola seguivamo la fuga di un prigioniero disposto a tutto pur di mantenere la libertà, qui seguiamo un asino che riuscirà anche a scappare imboccando un bosco dalle atmosfere infernali e di dantesca memoria.

Una sperimentazione ricca di suggestioni

Si può anche storcere il naso di fronte a una pellicola come questa, ma le idee del regista sono numerose e suggestive, così come le sue sperimentazioni visive e sonore che non risultano mai gratuite e sopra le righe.Seguendo il punto di vista dell'asino protagonista anche noi spettatori attraversiamo un mondo in cui proviamo invidia (verso i cavalli che corrono liberi), amore (la ragazza che lo accudisce al circo) e dolore (il pestaggio) in una girandola emotiva di grande originalità e di forte coinvolgimento.Skolimowsky non ha paura di immergere la sua cinepresa tanto nel sangue quanto nel registro grottesco (la sequenza con Isabelle Huppert, in particolare), rischiando molto ma mantenendo un notevole equilibrio che trova un grande compimento nella bella sequenza finale, capace di richiamare in maniera intelligente la conclusione di Bresson.

Non è certo un film semplice «EO» e non piacerà a tutti, ma la sensazione è che sarà uno dei titoli che rimarrà di questo Festival di Cannes, tra i cinefili e tra chi è in cerca di un cinema che sa ancora azzardare senza timore alcuno.

Boy From Heaven

In concorso è stato presentato anche «Boy From Heaven», nuovo film di Tarik Saleh, regista svedese di padre egiziano.La narrazione si sviluppa inizialmente attorno alla morte del Grande Imam durante il discorso di benvenuto di fronte a uno stuolo di studenti di una rinomata Università del Cairo. La sua dipartita dà inizio a una lotta senza esclusione di colpi per influenzare coloro che dovranno prendere il suo posto. Lo sa bene Adam, un ragazzo di provincia da poco arrivato in città, che finirà nel bel mezzo di questi scontri e di questi giochi di potere.Noto per aver diretto «Omicidio al Cairo» nel 2017, Tarik Saleh firma un'altra pellicola che gioca col genere giallo: in «Boy From Heaven» si mescolano dinamiche religiose e di potere all'interno di una trama con più di uno spunto d'interesse.Se la base del soggetto è molto originale per il contesto di riferimento, molto più convenzionale è invece lo sviluppo di una storia d'intrighi di vario genere, che pecca anche per un ritmo a tratti eccessivamente statico.Alcune sequenze sono degne di nota e diverse battute rimangono impresse, ma mancano veri e propri guizzi registici e colpi di scena degni di tale nome. Buono il lavoro di un cast capace di sorprendere.


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