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Cannes: «Le daim», la nuova follia di Quentin Dupieux, inaugura la «Quinzaine des Réalisateurs

di Andrea Chimento


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Jean Dujardin in una scena di «Le daim», di Quentin Dupieux

2' di lettura

Quando si entra in una sala per vedere un film di Quentin Dupieux bisogna essere pronti a tutto: non fa eccezione il suo nuovo lungometraggio, «Le daim», scelto come titolo d'apertura della Quinzaine des Réalisateurs 2019, importantissima sezione parallela del Festival di Cannes.

Molti si ricorderanno Dupieux come produttore discografico, DJ e musicista con lo pseudonimo Mr. Oizo (suo il tormentone del 1999, «Flat Beat»), ma da quando ha iniziato a fare cinema, questo artista, indubbiamente molto eccentrico, è riuscito a dar vita a uno stile personale, quasi sempre contraddistinto da contorni surreali e da narrazioni fortemente anticonvenzionali.

Si pensi ad esempio alla trama di «Rubber» del 2010 (film di culto tra i molti appassionati di un cinema alternativo e sopra le righe), in cui il protagonista è uno pneumatico che prende vita e inizia a uccidere diverse persone tramite i suoi “poteri psichici”, ma molti spettatori festivalieri ricorderanno anche «Reality», visto alla Mostra di Venezia 2014, con al centro un cameraman deciso a passare alla regia con una storia del tutto assurda come base di partenza per il suo lavoro.

Adèle Haenel in una scena di «Le daim», di Quentin Dupieux

In «Le daim», invece, abbiamo un attore famoso come Jean Dujardin nei panni di un uomo ossessionato dall'acquisto di un nuovo giubbotto scamosciato. Dopo averlo comprato, finirà per perdere tutti i suoi risparmi e ritrovarsi invischiato in una serie di imprevedibili conseguenze. Proprio come in diversi suoi lavori precedenti, Dupieux ci mostra una figura ordinaria, la cui vita viene progressivamente sconvolta. Indubbiamente strampalato e poco credibile nell'andamento narrativo (che prende poi una piega profondamente metacinematografica nella seconda parte), «Le daim» è però una commedia gradevolissima, capace di intrattenere e di sorprendere.

Molto interessante è inoltre il lavoro fatto da Dupieux su Jean Dujardin, totalmente svuotato della sua icona di sex symbol e trasformato in un personaggio solo e insicuro, oltreché vittima di una vera e propria follia che lo consuma giorno dopo giorno. Raramente la messinscena del regista francese è stata tanto matura e, nonostante qualche momento sia meno funzionale di altri, se si sta al gioco ci si diverte e si possono trovare spunti di riflessione inaspettati.

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