«Todos los saben», di Asghar Farhadi

Cannes al via con un thriller di sentimenti e faide familiari

di Cristina Battocletti

Apertura Cannes tra imponenti misure di sicurezza

3' di lettura

Asghar Farhadi nel suo Todos los Saben, che ha aperto ieri la 71esima edizione del festival di Cannes, ha messo tutti gli elementi del cinema che l'ha reso celebre: i fantasmi nascosti nelle relazioni affettive, i segreti, le bassezze dell'animo umano e li ha imbastiti attorno a due divi, Penélope Cruz e Xavier Bardem. Ma non è bastato: il film non funziona. O almeno, non è al livello delle pellicole che lo hanno reso grande: About Elly , Orso d'argento alla Berlinale del 2009; Una separazione , Oscar al miglior film straniero nel 2012; Il passato, che nel 2013, proprio a Cannes ricevette il premio della Giuria Ecumenica e fece guadagnare la miglior interpretazione femminile a Bérénice Bejo.

Ad aprire la competizione il film di Asghar Farhadi «Everybody knows» (Todos lo saben), di cui Lucky Red è distributore e co-produttore

Tutti lo sanno, distribuito da Lucky Red e coprodotto da Andrea Occhipinti, racconta il ritorno da Buenos Aires in un paesino della Spagna di Laura (Penélope Cruz) per partecipare al matrimonio della sorella. Con lei ci sono i due figli ma non il marito, Alejandro (Ricardo Darín), rimasto in Argentina per motivi di lavoro.

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Il rientro è festoso e con grande accortezza Farhadi, che è anche autore della sceneggiatura, disvela le sue carte portando in luce alcuni nodi del passato: Irene (Carla Campra), figlia adolescente di Laura, scopre da due iniziali, scritte molti anni prima su un muro, che la madre aveva avuto una lunga relazione con Paco (Javier Bardem), che la ragazza credeva fosse semplicemente un amico di famiglia. Il ragazzino che accompagna Irene le spiega che todos los saben, tutti lo sanno. Si scoprirà pian piano che sono molti i fatti privati a conoscenza di tutti, tra illazioni e verità.

Farhadi semina indizi: la macchina da presa è tutta tesa nella prima parte a seguire le piccole azioni ribelli di Irene, i suoi viaggi spericolati in moto, la sua prorompente vitalità. Ma è una falsa pista che porta lo spettatore alla congettura, proprio come fanno tutti quelli del paese e i familiari di Laura. I preparativi e il matrimonio ci mostrano le fatalità della vita: l'irrimediabile invecchiamento del capofamiglia, Antonio (Ramón Barea), e la separazione della nipote di Laura, che in quel contesto gioca il ruolo della vincente, benestante, ormai lontana dal tran tran della provincia. La festa ha la felicità e gli scherzi delle cerimonie felici, in cui anche l'interruzione della corrente viene salutata con allegria.

Nulla traspare del rapporto sentimentale tra Laura e Paco che partecipa con la moglie Bea (Barbara Lennie), salvo una confidenza quasi fraterna, che porta Laura a rivolgersi a lui quando scopre che Irene è scomparsa. La sparizione di Irene, di cui todos los saben anche se mai denunciata alla polizia, porta al disvelamento di verità seppellite, rancori sociali, invidie familiari, bassezze umane, sospetti che il regista a un certo punto non riesce più a governare. Non basta la bravura di Bardem, Darín e dell'ex poliziotto Jorge (Ángel Egido) per tenere il film, i cui dialoghi si fanno man mano eccessivamente esplicativi, contrariamente alla cifra solita di Farhadi. E anche Cruz, seppur completamente senza trucco, non riesce a contenere il tono melodrammatico, su cui lo stesso regista spinge.

Intanto buone notizie per Terry Gilliam, che dovrebbe chiudere Cannes con «L'uomo che uccise Don Chisciotte». Sarebbe stato colpito da un ictus leggero che non esclude il suoa rrivo sulla Croisette, anche se solo oggi la corte deciderà se dar ragione al produttore Paul Branco, ha chiesto che non venga proiettato finché non darà il suo assenso.

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