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Canori, «ciantor» dei ladini e la Gran Vera 1914-1918

Due libri sulla minoranza linguistica delle Dolomiti: il ladino come possibile “lingua letteraria” e la Grande Guerra in Val di Fassa, combattimenti sulle montagne e vita quotidiana della gente

di Piero Fornara

5' di lettura

C'è un piccolo mondo a parte nelle quattro valli dolomitiche che si dipartono dal massiccio del Sella: Fassa, Gardena, Badia e Livinallongo. La popolazione locale – circa 30mila abitanti – parla ladino, una lingua neolatina o romanza, sviluppatasi nelle Alpi Retiche dal latino popolare, dopo la caduta dell'Impero romano (“parente” del friulano e del romancio, che si parla nel Canton Grigioni in Svizzera).

Il corposo volume «Canori – scric, poesìe e cianzon», edito dall'Istituto culturale ladino di Sèn Jan di Fassa e curato da Fabio Chiocchetti (“storico” direttore dell'Istituto fino al giugno 2020) intende riscoprire e valorizzare l'opera di Ermanno Zanoner (1907-1991), meglio noto tra la sua gente con lo pseudonimo di Canori. Compositore e musicista, ma anche poeta e ritrattista, il Canori non si ferma agli usi e costumi locali, alle tradizioni e leggende popolari, ma si pone un obiettivo più elevato: produrre “letteratura”, perché secondo lui anche il ladino può essere un modello di lingua letteraria. Su questo terreno la sua opera è quella di un coraggioso pioniere, talvolta incompreso dai contemporanei.

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Al Canori le Dolomiti appaiono come uno scrigno misterioso di leggende. La parlata locale, ricca di musicalità, diventa per lui fonte di ispirazione di una poesia fresca e genuina. Nelle canzoni popolari egli racconta storie di fate, di re e di fanciulle che riflettono una personale interpretazione dei miti fondativi della gente ladina.

In quella che è forse la sua opera più singolare – “Laurin” - il compositore moenese ricostruisce attraverso una serie di brani per solisti e coro la saga di Re Laurin e del suo giardino delle rose, il mitico regno incastonato tra le rocce dove soltanto al tramonto, per pochi attimi, le rose incantate tornano a mostrare il loro colore: è “l’enrosadira”, la luce che si riverbera sulle pareti delle “Crepe Spavide” (i Monti Pallidi). Nell’ultimo brano “La cianzon de Val de Fasha”, pur estraneo al ciclo narrativo, gli abitanti della valle diventano protagonisti del canto, che esalta la piccola patria montana, luogo di pace e di memorie, dove ogni fassano desidera tornare alla fine dei suoi giorni.

Ermanno, primo di nove figli, era nato a Innsbruck dove il padre muratore, al pari di altri valligiani trentini a quell’epoca, si era trasferito con la famiglia da Moena. Ma prima dello scoppio della Grande guerra, i “Gabana” (così soprannominati dai compaesani) erano rientrati nel luogo d'origine. A lui il comune di Moena, nella toponomastica stradale in ladino introdotta alcuni anni fa, ha dedicato la strada che conduce alla casa di famiglia, salendo dalla piazza principale del paese (pure tornata all’antico nome di Piaz de Sotegrava).

L'opportunità di raccogliere organicamente gli scritti del Canori era emersa già nei primi anni '80, quando l'Istituto culturale ladino si accingeva ad avviare la pubblicazione della sua variegata opera musicale. Anzi il nostro Autore, ancora in vita, aveva individuato nel direttore dell'Istituto Fabio Chiocchetti la persona in grado di salvaguardare e valorizzare la sua eterogenea produzione. Si deve invece alla pazienza e perizia del nipote Federico Zanoner, archivista presso il Museo di Arte moderna e contemporanea di Rovereto, la raccolta e il riordino di tutta la documentazione.

Alla Grande Guerra in Val di Fassa è dedicato il bel libro di Michele Simonetti che, avendo la famiglia paterna di origine italiana e quella materna sud-tirolese, ha aggiunto il patronimico per ricordare il nonno Bruno Federspiel, con cui ha avuto modo fin da ragazzino di appassionarsi all'alpinismo e alle vicende del primo conflitto mondiale. Laureato in Scienze politiche alla Statale di Milano e imprenditore nel settore tessile, ha affiancato al lavoro un crescente impegno di ricerca con la pubblicazione di libri e la cura di mostre tematiche. Nel 2014, insieme a Mauro Caimi, ha curato a Moena la parte scientifica e l'allestimento della mostra permanente «La Gran Vera 1914-1918 – Galizia, Dolomiti».

Galizia, perché? Se quasi tutti conoscono le grandi battaglie del fronte occidentale e di quello meridionale: la Marna, Verdun, la Somme, oppure Caporetto, il Piave, Vittorio Veneto, pochi forse hanno sentito menzionare le battaglie sul fronte orientale combattute tra l'esercito russo e quello austro-ungarico nelle pianure della Galizia intorno alla città di Leopoli e sui monti Carpazi. Oggi (purtroppo) stiamo imparando la storia e la geografia dell'Ucraina dopo l'invasione dell'esercito russo. Leopoli (L'viv nella denominazione ucraina) era il centro più importante della Galizia asburgica, una regione compresa tra i monti Carpazi e i fiumi Vistola e Dnestr. Poco noto all'opinione pubblica è il dramma collettivo dei soldati di lingua italiana nel Trentino asburgico, mandati a combattere (e a morire) sul fronte orientale, prima ancora dell'entrata in guerra dell'Italia il 24 maggio 1915. La maggior parte dei militari trentini e tirolesi di lingua italiana vennero trattenuti sul fronte orientale anche dopo l'entrata in guerra dell'Italia, perché il comando austriaco temeva che quei soldati potessero dimostrarsi meno fedeli e combattivi sul fronte alpino.

Il libro di Michele Simonetti è strutturato su due piani che s'intrecciano: da una parte i combattimenti tra le truppe austro-ungariche e l’esercito italiano, dall’altra le donne, i bambini, gli anziani costretti a subire oltre quattro anni di sofferenze fisiche e morali. I soldati trentini arruolati nell'esercito asburgico e i civili al termine della guerra si ritroveranno, vinti ma non sconfitti, in un mondo che non è più il loro ed è divenuto nel frattempo diverso. Anzi – citiamo - «i 55mila soldati, che avevano vestito la divisa dell'Imperatore divennero un imbarazzante ingombro della memoria» nel Trentino entrato a far parte del regno d'Italia.

Il lettore è accompagnato dentro l'opera da un eccezionale apparato fotografico con più di 500 immagini, in buona parte inedite. Soprattutto per il paese di Moena, il libro esamina anche i problemi legati alla sussistenza famigliare, le traversie economiche, i rapporti tra i civili e i militari, la funzione della scuola e della chiesa, le questioni politiche: tante difficoltà per la popolazione, che solo il coraggio e il senso della comunità permetteranno di superare.

L'armistizio che mise fine alla guerra tra Italia e Austria venne firmato a Villa Giusti, nelle vicinanze di Padova, nel tardo pomeriggio del 3 novembre 1918, per entrare in vigore il 4 novembre. In effetti già il giorno 3 la cavalleria italiana aveva fatto il suo ingresso a Trento, mentre nel porto di Trieste attraccava il cacciatorpediniere Audace, che darà il nome al molo dello sbarco. Nelle valli ladine invece gli italiani arriveranno solo nei giorni successivi; il confine del Brennero, sancito dal Patto di Londra del 1915, sarà raggiunto da fanti, alpini e arditi il 7 novembre. A Moena arrivarono per primi i bersaglieri, il 9 novembre, in una giornata di sole, accolti dagli scolari, radunati dai loro insegnanti in Piaz de Ramon, quasi disertata dagli adulti. Curiosità storica: denominata Piazza Italia fin dal primo dopoguerra, la nuova toponomastica ladina del Comune di Moena ha ristabilito il nome locale Piaz de Ramon, che si riferisce al “ramo” del torrente Avisio.

Fabio Chiocchetti del Goti (a cura di),
«Canori – Scric, poesìe e cianzon»,
Istitut Cultural Ladin, pagg. 416, € 22;
Michele Simonetti “Federspiel”,
«1914-1918 – La Gran Vera»,
Istitut Cultural Ladin, pagg. 336, € 28.

Riproduzione riservata ©

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