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Cantiere Europa in cerca di equilibrio

I tanti cantieri in divenire di casa Ue

di Sergio Fabbrini

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I tanti cantieri in divenire di casa Ue


4' di lettura

Viviamo in una casa in continua ristrutturazione. Si chiude un cantiere e se ne apre un altro. Questa è l’Unione europea (Ue). Primo cantiere. Giovedì scorso, le elezioni nel Regno Unito hanno fornito una solida maggioranza parlamentare ai Conservatori antieuropeisti di Boris Johnson, il leader che si era impegnato a portare il Paese fuori dall’Ue entro la fine del prossimo 31 gennaio. Dopo 3 anni e mezzo di incredibile incertezza, il Regno Unito ha finalmente deciso di onorare la volontà della maggioranza risicata che votò a favore della Brexit nel referendum del giugno 2016. Secondo cantiere. Negli stessi giorni (12 e 13 dicembre) si è riunito a Bruxelles il Consiglio europeo dei capi di governo nazionali per discutere temi cruciali, per il futuro dell’Ue, come il bilancio finanziario pluriennale, l’integrazione più stretta dell’Eurozona, la risposta da dare al cambiamento climatico. Due cantieri distinti ma collegati. Vediamo perché.

Cominciamo dal primo cantiere. Le elezioni britanniche chiudono la drammatica fase aperta dal referendum del giugno 2016, ma ne aprono un’altra altrettanta accidentata. Boris Johnson ha ora una maggioranza sicura (365 sui 650 seggi di Westminster) “to get Brexit done”. Per di più, tutti i candidati conservatori hanno dovuto firmare una dichiarazione in cui si impegnavano, se eletti, a votare l’accordo negoziato tra Boris Johnson e l’Ue nell’ottobre scorso. Questa volta non ci saranno scherzi. Ha vinto la chiarezza di Boris Johnson e ha perso l’ambiguità di Jeremy Corbyn. Quest’ultimo ha condotto una campagna elettorale come se Brexit non fosse il problema centrale (due paginette alla fine di un programma di 105 pagine), o meglio come se centrale fosse la vecchia divisione tra destra e sinistra (quasi fossimo negli anni Ottanta del secolo scorso quando Margaret Thatcher era al governo).

A un Paese polarizzato sulla questione europea, i laburisti di Corbyn hanno proposto di rinviare la decisione su Brexit a un nuovo referendum, senza dire quale posizione avrebbero assunto. Se il Labour piange, il riso di Johnson non durerà però a lungo. Infatti, il divorzio dall'Ue avrà costi elevati, nonostante il Regno Unito non sia stato membro dell'Eurozona. Le negoziazioni, tra il Regno Unito e l'Ue, riguarderanno una miriade di temi commerciali, civili, giuridici, culturali. Tant'è che è stato già previsto un periodo di transizione fino al dicembre 2020, estendibile al dicembre 2022, durante il quale il Regno Unito continuerà a far parte del mercato unico europeo. Nel frattempo, l'accordo negoziato da Boris Johnson nell'ottobre scorso allontanerà sempre di più l'Irlanda del Nord dal Regno Unito, anche perché gli Unionisti di Belfast sono usciti ridimensionati dalle elezioni di giovedì scorso (passando da 10 a 8 seggi). A sua volta, in Scozia, dove il Partito nazionalista scozzese ha conquistato ben 48 dei 54 seggi della regione-nazione, già si parla di un nuovo referendum sull'indipendenza. Global Britain rischia di diventare Little England.

Vediamo ora il secondo cantiere. Il Consiglio europeo si è trovato di nuovo diviso al proprio interno. I Paesi dell'Europa orientale hanno contestato lo European Green Deal, poi la proposta di trasferire risorse dalle politiche di coesione e dell'agricoltura alle politiche di innovazione e di digitalizzazione, infine l'idea stessa di un bilancio dell'Eurozona. Intorno all'una o all'altra contestazione, si sono aggregati l'uno o l'altro degli altri Stati membri, con l'esito di una frammentazione del processo decisionale. L'Ue fa fatica a decidere e ciò favorisce le spinte centrifughe (come Brexit). E quando riesce a decidere, le decisioni sono così limitate da non consentire risposte efficaci alle sfide. Si consideri la discussione sul bilancio pluriennale (2021-2027). La presidenza finlandese di turno del Consiglio dei ministri ha proposto un bilancio dell'1,06 per cento del Pil complessivo dell'Ue, molto al di sotto di ciò che aveva proposto il Parlamento europeo (1,3 per cento).

La proposta non mette in discussione la dipendenza del bilancio (per più del 90 per cento) da trasferimenti finanziari nazionali, nonostante l'uscita del Regno Unito produrrà una diminuzione sensibile delle risorse. Né mette in discussione la decisione dei governi nazionali di far durare l'esercizio finanziario 7 anni e non già 5 anni (come da mandato del Parlamento europeo). A Bruxelles vi è un parlamento eletto dagli elettori che però non ha soldi in tasca per rispondere alle esigenze di chi lo ha eletto, una situazione senza precedenti di “representation without taxation”. Ciò vale ancora di più per l'Eurozona, la quale ha una moneta comune ma non una fiscalità comune. Anzi, i suoi singoli stati membri preservano regimi fiscali differenziati, differenziazione che avvantaggia alcuni di essi a danno di altri. I ministri finanziari dell'Eurozona (Eurogruppo) hanno appena concordato uno strumento di budget da utilizzare (però) per la convergenza e la competitività, non per la stabilizzazione dell'area.

Uno strumento di budget basato (anch'esso) su trasferimenti finanziari nazionali. Nel 1788, alla Convenzione di New York, Alexander Hamilton aveva spiegato che “se l'Unione persegue obiettivi autonomi (dagli stati), allora deve avere entrate autonome (dagli stati)”. Come si fa a produrre beni pubblici (infrastrutture, tecnologie, ricerca) senza un bilancio comune?Insomma, Brexit (che pure è dovuta a fattori idiosincratici inglesi) è il risultato anche della debolezza dell'Ue. Una debolezza che è il risultato di divisioni al suo interno sulle strategie da perseguire e le politiche da promuovere. Tali divisioni conducono a periodiche paralisi decisionali, superabili solamente attraverso accordi al minimo comune denominatore.

Accordi forse necessari, ma sicuramente insufficienti per rispondere alle spinte centrifughe. Per neutralizzare queste ultime l'Ue dovrebbe disporre di istituzioni funzionanti, perché separate dagli stati che la costituiscono. Fino a quando non le avrà, la casa europea sarà in ristrutturazione. Gli ingegneri sono indispensabili per costruire e gestire i cantieri, ma l'architettura della casa dovrà essere decisa da chi vuole abitarla.

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    Sergio Fabbrinieditorialista

    Luogo: Luiss Guido Carli

    Lingue parlate: francese, spagnolo

    Argomenti: Scienze politiche, relazioni internazionali

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