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Canto la mia terra fragile e disorientata

Se Sufjan Stevens è uno dei cantautori americani più stimati, lo è anche per aver indagato in modo lirico e originale l'identità del suo Paese. L'esplorazione continua con “Ascension”, il nuovo disco, «un editoriale pop sugli Stati Uniti di oggi sospesi tra terrore e risentimento», racconta in esclusiva a “IL”

di Claudio Todesco

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Sufjan Stevens, è nato nel 1975 a Detroit, Michigan. È considerato uno dei maggiori musicisti pop contemporanei. Dopo aver vissuto a lungo a Brooklyn, nel 2019 si è trasferito nell'Upstate New York

Se Sufjan Stevens è uno dei cantautori americani più stimati, lo è anche per aver indagato in modo lirico e originale l'identità del suo Paese. L'esplorazione continua con “Ascension”, il nuovo disco, «un editoriale pop sugli Stati Uniti di oggi sospesi tra terrore e risentimento», racconta in esclusiva a “IL”


4' di lettura

Sufjan Stevens scoppia a ridere. «Sembro uno di quei pazzi paranoici, vero?». Gli ho chiesto chi sono i nemici che canta nel nuovo album Ascension senza dare loro un nome. Ha abbozzato un elenco: «Multinazionali, internet, social media, Amazon». Arrivato a «il governo e la mafia» è scoppiato a ridere. «Sto delirando».

Se Sufjan Stevens è uno dei cantautori americani più stimati degli ultimi vent'anni non è solo per la capacità di usare il folk per scavare impietosamente dentro drammi familiari, come ha fatto cinque anni fa in Carrie & Lowell, uno dei dischi più acclamati del decennio. Non è solo per la fervida immaginazione musicale e nemmeno per Mystery of Love, la canzone guida del film di Luca Guadagnino Chiamami col tuo nome in cui descrive l'amore in tono mistico.

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Lo è anche per aver indagato in modo originale l'identità americana. Una quindicina d'anni fa ha annunciato un progetto matto e inverosimile: pubblicare un album per ognuno dei 50 Stati americani. Era la mossa pubblicitaria di un cantautore squattrinato. Di questi dischi ne sono usciti solo due, Michigan e Illinois, eppure Stevens ha continuato a raccontare pezzi di storia e territorio americano in canzoni in cui trasfigura fatti, miti e personaggi, persino in un poema sinfonico ispirato a un'arteria stradale, la Brooklyn-Queens Expressway.

«Lavoro sull'identità», dice a IL. «Uso la canzone per chiedere chi sono gli americani, da dove vengono, dove vanno». È un modo per confrontarsi con la molteplicità e la diversità della storia statunitense, ma c'è dell'altro. «Credo derivi da un'insicurezza di fondo circa la mia identità. Mia madre viene da una famiglia greca, mio padre da una lituana, io sono cresciuto nel Midwest, ma ho passato gli ultimi vent'anni a New York. La mia identità non è radicata in una sola cultura, in una linea che si trasmette immutabile di generazione in generazione. Deriva dalla mia personalissima esperienza ed è in continua evoluzione. Cercando di capire l'America, cerco di capire me stesso».

Ascension è il punto estremo di questa esplorazione, il disco di un cantautore che al posto di musicare i propri ricordi con chitarra e banjo usa vecchi sintetizzatori e batterie elettroniche per evocare i sentimenti di angoscia, disorientamento e confusione che provano gli americani e non solo. «Volevo mettermi alle spalle il folk, lo storytelling, l'autobiografismo», dice. «Quest'album è una risposta al mutato clima politico e sociale nel mio Paese. È un editoriale pop sull'America oggi. È una raccolta di ricette per la sopravvivenza in tempo di crisi». Non che le canzoni offrano risposte o soluzioni razionali. Ascension è un disco pieno di domande, paure, paranoie.

«Non è stata l'elezione di Trump nel 2016 a cambiare le cose, ha solo fatto emergere i problemi, ha fatto capire fino a che punto viviamo in una società malata, in una cultura lacerata e patologica. Siamo la terra dei liberi e la patria dei coraggiosi, ma alla base della democrazia americana ci sono avidità, narcisismo, supponenza. L'ethos americano è caratterizzato dal conflitto. Siamo diventati avversi al cambiamento, abbiamo mitizzato il passato, ci siamo chiusi in un isolamento tossico. Il terrore e il risentimento che ne derivano sono usciti allo scoperto. E quando è arrivata la pandemia, a me è parsa una metafora delle paure invisibili d'America».

«Mi vergogno ad ammettere che non credo più», canta Stevens in un poema epico elettronico di 12 minuti e mezzo che chiude l'album e che s'intitola proprio America. Per lui, che ha spesso messo la fede al centro delle canzoni – una fede liquida, beninteso, continuamente rinegoziata e reimmaginata – non è un'affermazione da poco. In un'altra canzone ripete per 5 minuti una sola frase: voglio morire felice. «Come la maggior parte delle persone che conosco, ho perso fiducia nelle istituzioni, nella società, nel governo, nella famiglia, nella chiesa. Le fondamenta del vecchio mondo stanno cedendo».

Subito prima di America c'è un altro pezzo che in qualche modo riassume i temi del disco. Si intitola Ascension e parla di morte e resurrezione come metafora del cambiamento politico e spirituale che Stevens vorrebbe vedere nel mondo. È anche una canzone sull'accettare il fatto che siamo indifesi, privi di potere, senza risposte certe. È un messaggio controcorrente in un'epoca in cui la parola chiave del pop è empowerment.

«Vero, ma il mio ruolo nel mondo della musica è sfidare lo status quo. Non c'è niente di male nel fatto che gli artisti esibiscano forza, ricchezza, valore. Io però sono interessato al concetto di sacrificio. Voglio mettermi al servizio degli altri. Voglio eliminare il mio ego dalla conversazione e capire come posso fare del bene al prossimo».

È una vocazione che Stevens insegue con nuovi strumenti. «Volevo fare musica più divertente e accessibile», dice della scelta di basare Ascension su suoni elettronici e in particolare sui sintetizzatori analogici Prophet prodotti negli anni Settanta e Ottanta. Allora erano avanguardia, oggi sono quasi modernariato. Stevens dice che hanno un suono cosmico ed estatico.

«Scrivere alla chitarra come ho fatto per Carrie & Lowell è un'esperienza tattile e molto concreta. Questi suoni, invece, vagano nell'etere. Sono perfetti per il tema dell'ascensione, che implica una trasformazione misteriosa dallo stato fisico a quello spirituale. Sono nel mondo, ma fuori di esso. Sono fantasmi ». Anche il timbro vocale di Stevens in quest'album ha qualcosa di etereo e impalpabile. Sembra venire da un nonluogo, una dimensione fra la vita e la morte.

«Da ragazzo ho frequentato una scuola steineriana e mentre scrivevo questo disco ho molto ripensato all'antroposofia. Mi ha influenzato in particolare la parte in cui parla di liberarsi dall'autorità e ispirare pensiero razionale tramite l'immaginazione. Volevo che Ascension conciliasse questi due elementi, la dimensione fisica e quella spirituale. Volevo che fosse scienza e immaginazione».

Sufjan Stevens ha pubblicato diciassette dischi spaziando dal folk all'elettronica, dai concept album rock alle opere di musica contemporanea, dalle colonne sonore alle raccolte di canzoni natalizie. I suoi lavori più importanti sono Illinois del 2005, una ricognizione barocca della storia e dei miti dello Stato dell'Illinois, e “Carrie & Lowell” del 2015, ispirato dalla morte della madre. Nel 2019 la sua “Mystery of Love”, dal film di Luca Guadagnino “Chiamami col tuo nome”, ha vinto il David di Donatello per la migliore canzone originale. Il suo ultimo album è “The Ascension”. Nel 2020 festeggia i vent'anni di carriera.

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