Alla conta su Intesa

Capitani d’impresa e finanza, in Ubi le due anime di Brescia

Le antiche famiglie di industriali e la finanza cattolica nel Sindacato azionisti. La rappresentanza laica e quella religiosa ben visibile con azioni anche nei pacchetti istituzionali

di Matteo Meneghello

Le antiche famiglie di industriali e la finanza cattolica nel Sindacato azionisti. La rappresentanza laica e quella religiosa ben visibile con azioni anche nei pacchetti istituzionali


4' di lettura

Grandi, ma anche piccoli, imprenditori. Professionisti di lungo corso ed eredi di antichi casati. E poi quasi tutta l’anima cattolica della città, quella «attivista», capace di consolidare negli anni vere e proprie istituzioni al servizio della comunità. La fotografia dell’anima bresciana ancora presente nei patti parasociali di Ubi Banca è per larga parte seppiata. Cristallizza un equilibrio di forze, e poteri, che già oggi è sbiadito rispetto al passato ma che, nell’ipotesi di una futura confluenza dell’istituto all’interno di Intesa Sanpaolo, sarà ulteriormente polverizzato, se non con tutta probabilità praticamente azzerato.

Prima che Banca Lombarda si unisse con la Popolare di Bergamo, il volto finanziario di Brescia era diviso tra due anime: la Banca San Paolo e il Credito agrario bresciano (poi fuse in Banca Lombarda). La Banca San Paolo, fondata dall’avvocato Giuseppe Tovini, di origini camune, aveva una forte ispirazione cattolica, con un radicamento fuori dalla città, per l’appunto in Vallecamonica (la Banca di Vallecamonica, anche questa fondata da Tovini, fu assorbita negli anni Sessanta). Diversa la storia del Cab, che è stato invece storicamente l’espressione della finanza laica, radicato soprattutto tra gli imprenditori agricoli e le grandi famiglie proprietarie.

La stragrande maggioranza di questi azionisti storici, ai quali negli anni si sono via via aggiunti altri soggetti meno legati alle due anime originarie (comunque sottoposti al «giudizio di gradimento» dei soci) è oggi confluita nel cosiddetto Sindacato azionisti di Ubi Banca che, soprattutto nella prima fase della storia di Ubi, ha affiancato il cosiddetto Patto dei Mille, a predominanza bergamasca, nel controllo delle liste per gli organi di Governo dell’istituto; questo dualismo si è risolto lo scorso settembre, quando è nato il nuovo patto parasociale, denominato Car, nel quale cono confluite le fondazioni (oltre a Cattolica Assicurazioni), alcuni soci di rilievo di Bergamo e, per Brescia, la Upifra della famiglia Gussalli Beretta, proprietaria del gruppo armiero di Gardone Valtrompia, in provincia di Brescia.

Il Sindacato azionisti di Ubi Banca, secondo i dati aggiornati al 3 gennaio, riunisce oggi 87.871.626 azioni, pari al 7,68 per cento del capitale dell’istituto di credito. Tra le partecipazioni più rilevanti, vale a dire sopra il pacchetto da un milione di azioni, ci sono famiglie imprenditoriali note e di peso come quella dei Lucchini, che fino a pochi anni fa controllava uno dei principali gruppi siderurgici italiani e che ora, dopo la cessione dell’acciaieria di Piombino e degli altri impianti italiani ai russi di Severstal (che poi hanno abbandonato gli asset, oggi passati all’indiana Jsw e ad altri player italiani), gestisce la sola azienda sidermeccanica di Lovere, vera macchina da utili, specializzata nella produzione di ruote e assili per l’industria ferroviaria. Giuseppe Lucchini, figlio dell’ex presidente di Confindustria Luigi, rappresenta con il suo gruppo di azionisti nel Sindacato azionisti circa 5,8 milioni di azioni, di cui un milione in usufrutto, 1,4 milioni della sorella Silvana, circa 1,9 all’interno delle casseforti Gilpar e Sinpar. Altro imprenditore siderurgico presente nel patto è Ruggero Brunori, che con la sua Valsabbia investimenti controlla 4 milioni di azioni. Con un solido background industriale è infine anche la finanziaria Mar.Bea srl, riconducibile alla famiglia De Miranda e Polotti (circa 4 milioni di azioni).

Altro ruolo di «peso» nel patto, tra i soggetti industriali, è quello della famiglia Niboli, proprietaria del gruppo Fondital di Vobarno, in Valle Sabbia, una realtà internazionalizzata che dà lavoro a 750 persone, attiva nella produzione di radiatori in alluminio e sistemi di riscaldamento. Questo gruppo porta in dote circa 4,7 milioni di azioni. Sono invece più di 10 milioni le azioni riconducibili all’imprenditore Virginio Fidanza (possedute direttamente o attraverso la holding di partecipazioni Olymbos), attivo nel calzaturiero con la Condor Trade di Verolanuova (titolare dei marchi Inblu, Fischer markenschuhe e Erich Rohde). Nell’azionariato anche la famiglia Gandini, legata all’azienda di design illuminotecnico Flos, oggi controllata all’80% dal fondo Investindustrial di Andrea Bonomi. E poi ci sono i Folonari, storica famiglia di imprenditori agricoli presente nel Cab, che oggi controllano un pacchetto molto frazionato, ma che assomma complessivamente quasi 6 milioni di azioni.

Oltre ai capitani d’industria, l’elenco dei pattisti vede presenti nomi noti in ambiente locale, come la famiglia Bonera, titolare di alcuni concessionari Bmw-Mercedes in città. Ma non ci sono solo imprenditori. Quello che resta della finanza cattolica bresciana è ancora ben presente nell’azionariato di Ubi. A partire dal pacchetto portato in dote dal gruppo vicino a Giovanni Bazoli, la cui componente principale, però, è di diretta estrazione imprenditoriale e riconducibile alla Padana ricambi di Stefano Gianotti (l’azienda si occupa di commercializzazione di ricambistica nel settore automotive) già membro del consiglio di amministrazione della Mittel, la cassaforte vicina allo stesso Bazoli: Gianotti conferisce 3 milioni di azioni, 2,6 riferiti all’azienda, 400mila a titolo personale, che si aggiungono ai circa 500mila della galassia Bazoli. In azionariato è inoltre ancora presente Romain Zaleski (vicino a Bazoli) e la moglie Helene de Prittwitz, in gruppi separati, ma che insieme possano contare su oltre 8 milioni di azioni sindacate. Zaleski è presente nel Patto con Calisio spa e con la holding Società camuna di partecipazioni, così come è originario del nord della provincia di Brescia anche un altro veicolo finanziario, la Finanziaria di Valle Camonica. Nel patto anche la famiglia Camadini, con oltre 3 milioni di azioni, di cui circa 2 milioni detenuti da Mariangela Bonardi, vedova di Pierluigi Camadini a sua volta fratello di Giuseppe, notaio a lungo protagonista della finanza cattolica bresciana e nazionale; entrambi i fratelli erano originari della Vallecamonica. Altre famiglie «storiche» nell’azionariato, proprietari o antichi «notabili» della città e della provincia, sono quelle dei Fenaroli Valotti, dei Rampinelli Rota (imparentata con i Beccaria di Bruno Beccaria, apprezzato manager della Fiat di Valletta), dei Bossoni-Ambrosione, dei Soncini, dei Passerini-Glazel. Le due anime (cattolica e laica) degli azionisti storici bresciani è ben visibile infine anche nei pacchetti «istituzionali»: da una parte c’è per esempio, la Fondazione dello Zooprofilattico locale (706mila azioni), dall’altra c’è un lungo elenco di realtà come la Diocesi di Brescia, la Congregazione delle suore Ancelle della Carità, il Seminario diocesano, il convento delle Religiose di S.Orsola e altre istituzioni religiose minori, protagoniste di un secolo di storia della città e titolari di pacchetti di azioni più o meno consistenti, a conferma della trazione cattolica nella finanza locale, e del suo ruolo cardine nello sviluppo della città nell’ultimo secolo.

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