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Caporalato, restituire ai lavoratori le somme dovute non incide sul sequestro

Per lo sfruttamento del lavoro non vale quanto previsto per i reati tributari, in cui il pagamento del debito riduce la misura della confisca. Prevale l’interesse dello Stato ad un corretto mercato del lavoro

di Patrizia Maciocchi

(Agf)

2' di lettura

Nel reato di caporalato, il pagamento da parte del datore di lavoro, dopo il sequestro preventivo delle ore di straordinario non pagate, non incide sulla somma oggetto di sequestro preventivo ai fini della confisca. L’estinzione, anche parziale, di un debito ha effetto nei reati tributari, ai fini della determinazione del profitto confiscabile, ma il principio non può essere esteso nel caso del reato previsto dall’articolo 603-bis del Codice penale. Nei reati tributari, infatti, entra in gioco esclusivamente l’interesse dell’Amministrazione finanziaria, mentre nel caporalato sono coinvolti gli interessi dei lavoratori, degli enti previdenziali, assistenziali e assicurativi. E, in generale, l’interesse dello Stato a che il mercato del lavoro osservi correttamente le norme giuslavoristiche. Con queste motivazioni la Corte di cassazione, conferma dunque il sequestro nel caso esaminato, pur accogliendo il ricorso della società in merito alla quantificazione della cifra, per un difetto di motivazione sul numero di lavoratori coinvolti nelle violazioni.

Straordinari non pagati o indicati come “premio”

Al datore di lavoro, indagato, era stato contestato il mancato pagamento di un numero elevato di ore di straordinario, retribuite in busta paga solo in parte e sotto la voce “premio”. Una violazione che aveva riguardato alcuni lavoratori, non tutti. Alla contestazione sulle paghe non corrisposte si univa quella sulle condizioni di lavoro non rispettose delle norme su sicurezza e igiene. Nell’ipotizzare il fumus del reato, avevano pesato anche le intercettazioni, dalle quali emergeva che gli indagati avevano più volte minacciato i dipendenti, imponendogli di adeguarsi al sistema che vigeva in azienda «inducendo così uno stato di soggezione e sudditanza». Per la Suprema corte basta per considerare, in astratto, l’esistenza del reato. I giudici di legittimità chiariscono che «ai fini dell’integrazione del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, lo stato di bisogno, non deve essere inteso come una condizione tale da annientare in modo assoluto la libertà di scelta, bensì come una situazione di grave difficoltà, anche temporanea, tale da limitare la volontà della vittima e da indurla ad accettare condizioni particolarmente svantaggiose». A questo c’è da aggiungere che, per ipotizzare il reato, non serve un quadro probatorio pregnante: basta che siano richiamati i risultati dell’indagine che rendono sostenibile l’imputazione. È quanto avvenuto nel caso esaminato.

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Nel profitto differenze retributive e benefici

La Cassazione, per completare il quadro, ricorda che, ai fini della confisca, nella nozione di profitto del reato non entrano solo le differenze retributive rispetto a quanto dovuto in base ai contratti di lavoro di categoria, ma anche tutti i benefici aggiunti di tipo patrimoniale, collegabili al reato in un rapporto di causa-effetto. Nello specifico l’ordinanza è annullata con rinvio, per un difetto di motivazione sull’ammontare della cifra sequestrata, rispetto all’illecito arricchimento. Tutto ciò ribadendo però che le somme date ai dipendenti dall’indagato vanno considerate una restituzione, che lascia impregiudicata la necessità del sequestro ai fini della confisca. Questo, precisa la Cassazione «risponde all’intento del legislatore di reprimere più gravemente il fenomeno criminale sotteso alla fattispecie di cui si tratta, garantendo la ragione dello Stato e lasciando impregiudicato il diritto della persona offesa dal reato ad ottenere la restituzione di quanto dovuto, da determinarsi secondo i normali criteri che attengono alla materia giuslavoristica, in aggiunta al risarcimento del danno».

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