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Cara tecnologia, lasciaci sbagliare: perché gli errori ci rendono più forti

Un cervello abituato ad essere “scortato” da soluzioni hi-tech diventa incapace di produrre soluzioni alternative

di Lorenzo Cavalieri *

(USA TODAY Sports)

4' di lettura

La combinazione di machine learning e big data disegna uno scenario in cui la tecnologia diventa il paracadute dell’essere umano, l’angelo custode che ci protegge dai nostri errori. È un fenomeno che fa bene all’umanità? Senz'altro, anche se è molto più complesso di quanto istintivamente siamo portati a pensare. Se sei un chirurgo o un pilota il presidio tecnologico dei tuoi errori è una benedizione. Parliamo infatti di errori potenzialmente fatali. La tecnologia però non fa grandi distinzioni etiche, minimizza l’errore umano in tutti i contesti, interviene sia quando si tratta di salvare una vita sia quando si tratta di scrivere correttamente una mail. E qui si pone un problema: il paracadute tecnologico rispetto alle nostre sterminate possibilità di errore è sempre una buona notizia per la nostra vita lavorativa?

Se volessimo affrontare la questione sul piano filosofico potremmo dire che questo interrogativo non ha senso: fare qualcosa significa per definizione poter sbagliare. Non sbagli l’intervento chirurgico perchè lo fa il robot? Sarai sempre libero di sbagliare la diagnosi. Non sbagli la diagnosi perchè la costruisce un sistema intelligente di analisi dei dati? Potrai sempre sbagliare a dialogare con i parenti del paziente. Non sbagli nel dialogo perchè ci pensa un assistente virtuale? Potrai sempre sbagliare a scegliere il collaboratore giusto. E così via. Un inseguimento infinito in cui ci resta sempre una qualche libertà di sbagliare.

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Se però scendiamo dal piano filosofico e andiamo sul piano pratico, oggettivamente cominciamo a notare che crescono i ruoli e i mestieri in cui lo spazio per l’errore umano diventa sempre più piccolo. Se fossi un operaio specializzato in un impianto industriale automatizzato mi sentirei da un lato sollevato (non posso fare troppi danni) e dall’altro minacciato (se non posso sbagliare forse domani le mie attività le svolgerà un robot), e avrei la stessa paura se facessi il commercialista o il giornalista.

Oggi però gli studi non riescono a dirci se un mondo del lavoro senza errore umano è un mondo di disoccupati. Prima del Var nel calcio c’erano 4 arbitri, oggi ce ne sono 7. Il tema che dobbiamo porci è piuttosto quello dell’impatto del paracadute tecnologico sul nostro modo di imparare un mestiere e di interpretarlo quotidianamente. Poter sbagliare è infatti fondamentale per il nostro benessere lavorativo, per almeno quattro motivi:

1) Poter sbagliare significa imparare. Si dice che hai imparato a fare qualcosa quando hai sbagliato e ne sei consapevole. Fin troppo banale. Se avessimo un tutore tecnologico che impedisce ai bambini di cadere dalla bicicletta quando sbagliano una curva avremmo ginocchia sane e bimbi che non sanno fare le curve. Qualcuno potrebbe dire; “E allora? Vorrà dire che avremo reso superfluo il saper fare bene le curve”. Certo, ma avremo anche ragazzini con meno coordinazione motoria. Il cervello si sviluppa riconoscendo gli errori. Se la tecnologia non ti permette errori alla lunga purtroppo non te li fa neanche riconoscere. Poco nutrimento per il cervello.

Questo concetto è davvero fondamentale perchè tutto ciò che è “istinto”, “pancia”, “intuizione” sul lavoro non è altro che “elaborazione di errori”. Il bancario (o banchiere) che concede credito a un progetto perché “al di là dei numeri qualcosa mi dice che funzionerà” senza accorgercene sta aprendo nella sua testa il file degli errori passati, li sta elaborando e sta prendendo una decisione che è molto meno “irrazionale” di quanto si possa pensare.

Questo processo nasce dall’esperienza dell’errore. Il bancario che per decenni eroga il credito unicamente sulla base delle elaborazioni di un algoritmo non sbaglia mai per definizione, ma perde “fiuto”, “intuizione”, “capacità decisionale”, facoltà intellettive molto preziose nei momenti decisivi, nei momenti di ambiguità e di incertezza, quando neanche il Var riesce a cogliere perfettamente la verità di un calcio di rigore.

2) Poter sbagliare significa maturare affrontando le conseguenze dell'errore. Quando commettiamo un errore siamo costretti a fare i conti con situazioni spiacevoli, che però costituiscono una componente essenziale delle nostre vite, professionali e non: la vergogna, la delusione, la tentazione di mollare di fronte alle cadute, la necessità di spiegarsi e di chiedere scusa. L’errore ci rende meravigliosamente umani, ci porta in dote il senso del limite e ci insegna a dare il giusto peso alle cose. Per esempio: apprezziamo di più il vero valore del denaro quando un investimento ci va male e l’abbiamo scelto noi, o quando ci va male nonostante sia stato suggerito da un algoritmo? Siamo più bravi nel gestire la rabbia di un cliente deluso quando sentiamo di aver commesso un errore personalmente, o quando non percepiamo l’errore perché ciò che è accaduto dipende da un flusso informatico “infallibile”?

3) Poter sbagliare significa avere uno stimolo al perfezionamento. Questo concetto è molto immediato per artisti e sportivi. Per suonare la nota perfetta il violinista deve ripetere quel gesto specifico fino alla nausea. Il cestista che non può sbagliare il tiro da tre decisivo ha ripetuto quello stesso movimento migliaia di volte. Una frase molto bella è attribuita a Bruce Lee: “Non temo l’uomo che ha tirato 10.000 calci, ma temo l’uomo che ha praticato un solo calcio 10.000 volte”. Perché tormentarsi con la ripetizione? Per portare verso lo zero la possibilità di errore, una possibilità che esiste. Se sbagli una nota rovini il concerto, se sbagli la tripla decisiva perdi la partita.

Se invece la possibilità dell’errore è annullata dalla tecnologia viene meno anche lo stimolo a perfezionarsi, che significa pazienza, disciplina, capacità di “annoiarsi” quando si fa sempre la stessa cosa, capacità di resistere anche quando si ha l’impressione di “odiare ciò che si fa”.

4) Poter sbagliare significa avere uno stimolo al problem solving. Se ci pensiamo bene tutte le innovazioni creative nascono da un problema che genera perdite (di qualsiasi tipo) e da un processo di risoluzione per tentativi ed errori. Maggiore è il numero di errori potenziali che affrontiamo quotidianamente, maggiore è la nostra capacità di analizzare i problemi e di generare alternative creative. Recentemente un ragazzo mi ha confessato di non essersi presentato al suo primo colloquio perché lo smartphone si era scaricato e senza navigazione assistita non sapeva come raggiungere gli uffici.

Un cervello abituato ad essere “scortato” dalla tecnologia diventa incapace di produrre soluzioni alternative. Insomma cara tecnologia proteggici, ma non rovinarci la vita, lasciaci liberi di sbagliare.

* Managing director della società di formazione e consulenza Sparring

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