CommentoPromuove idee e trae conclusioni basate sull'interpretazione di fatti e dati da parte dell'autore.Scopri di piùgiustizia

Carcere, c’è un altro virus: quello dell’inerzia del governo

Il coronavirus aggrava la situazione già complicata degli istituti di pena del nostro Paese

di Salvatore Scuto

Coronavirus, Bonafede: "Rivolte in carcere sono atti criminali"

Il coronavirus aggrava la situazione già complicata degli istituti di pena del nostro Paese


5' di lettura

È davvero preoccupante l’inerzia del Governo e del Parlamento di fronte a quanto sta accadendo negli istituti penitenziari del Paese. Una situazione drammatica dal punto di vista umanitario e pericolosissima se si pensa all’effetto deflagatore del contagio che l’assenza di condizioni igieniche e l’impossibilità di rispettare tutte le regole imposte e raccomandate hanno già innestato.

Il virus è un drammatico scanner che, avendo fermato all’improvviso le nostre vite, ha messo facilmente in chiaro tutti i nostri limiti strutturali e morali, sociali ed economici. Lo ha fatto anche con la piaga pluridecennale del sovraffollamento che affligge gli istituti penitenziari e che ha determinato nel 2013 la condanna dello Stato italiano da parte della Corte di Strasburgo per violazione dell’art. 3 della Cedu ovvero per avere il nostro Stato inflitto alle persone recluse nelle sue carceri un trattamento inumano e degradante.

Ma più che le parole servono i numeri.
Questi i dati ufficiali del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aggiornati al 29 febbraio 2020: 61.230 sono le persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 e di una capienza effettiva stimata in poco più di 47.000.

Sul fronte del contagio il ministro Bonafede, il 25 marzo, ha dichiarato che in tutto il Paese i contagiati tra la popolazione carceraria sono 15. A quanto risulta da fonti giornalistiche molto attendibili si contano però due morti (un agente e un medico penitenziari) e nella sola Lombardia (dati che si riferiscono al 24 marzo forniti dal provveditorato dell’amministrazione penitenziaria della regione) si contano 12 nuovi contagi e 4 ricoverati mentre tra gli agenti di polizia penitenziaria e gli operatori i contagiati sono 24, 61 sono a casa perché hanno sintomi clinici tipici del contagio, 64 perché hanno avuto contatti con persone sicuramente contagiate.
Tali dati vanno riportati al fatto che in Lombardia su una popolazione carceraria, al 29 febbraio, pari a 8.720 persone sono stati effettuati solo 147 tamponi.

Evidente l’ostinazione cognitiva del ministro. In una simile situazione, in ossequio al disegno costituzionale della pena, l’obiettivo prioritario e urgente è quello di sfoltire significativamente il numero della popolazione detenuta in modo da consentire il rispetto delle più basilari regole igienico-sanitarie volte a contenere la diffusione del contagio.

Non è un caso, e sarebbe utile una riflessione del nostro Governo anche su questo aspetto, che due Stati così diversi tra di loro come la Francia e l’Iran si siano trovati simultaneamente a convergere sul perseguimento dello stesso obiettivo riducendo significativamente (in Francia quasi di 6.000 detenuti) la popolazione carceraria.

In Italia, con uno spesso velo di ipocrisia, il Governo ha ritenuto di dovere affrontare questa emergenza con le misure previste dal Dl 18/2020 (artt. 123 e 124). Misure assolutamente inadeguate ancora una volta frutto della demagogica propensione ad inseguire il facile consenso popolare anziché affrontare i problemi con l’obiettivo di risolverli.

In particolare è stato previsto un ampliamento temporaneo (fino al 30 giugno 2020) dell’istituto della detenzione domiciliare già previsto dalla legge n.199/2010 introducendo alcune deroghe alle condizioni ostative per la concessione della misura ed un procedimento di applicazione più snello sia nell’iter istruttorio che nella decisione del magistrato di sorveglianza.

Si richiede che la pena da eseguire non sia superiore a diciotto mesi, anche nel caso essa costituisca parte residua di una pena maggiore, e che il condannato abbia la disponibilità di un domicilio effettivo e per ubicazione idoneo a soddisfare le esigenze di protezione dal reato.
Nelle modalità esecutive della misura è previsto, nei casi in cui la pena sia superiore a sei mesi, che quella del controllo sia effettuata mediante l’uso di mezzi elettronici, i cosiddetti braccialetti.

Ebbene, basta solo questa previsione, che stride tra l’altro con la previsione della clausola di invarianza finanziaria dell’ultimo comma dell’art. 123, per rendersi conto di come inadeguata sia tale misura rispetto allo scopo che si prefigge: è noto da anni, e in modo molto controverso circa le ragioni, che tali dispositivi non sono stati disponibili nei numeri necessari neanche in tempi normali.
A ciò si unisce la difficoltà per quella platea di detenuti cui si rivolge il provvedimento di avere un domicilio idoneo: da qui gli appelli e le iniziative della magistratura di sorveglianza, come quello della presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, agli enti locali ed allo stesso Dap al fine di individuare strutture adeguate in cui poter far scontare il periodo di detenzione domiciliare.

Così il paradosso è compiuto: chi ha un domicilio non ha il braccialetto oppure chi, per remota ipotesi, abbia a disposizione l’apparato elettronico di sorveglianza non ha il domicilio. Risultato: lo stallo delle azioni necessarie per affrontare l’emergenza mentre il Covid-19 corre veloce all’interno delle mura carcerarie.

Queste misure, a cui si aggiungono quelle previste dall’art. 124 circa l’estensione del periodo di licenza concessa al detenuto semilibero oltre il limite previsto dall’art. 52 O.P., non si applicano ai soggetti condannati per uno dei delitti ostativi previsti dall’art. 4 bis O.P., ovvero i delitti più gravi, al delinquente abituale o per tendenza, al detenuto sottoposto al regime di sorveglianza particolare, ai condannati per maltrattamenti in famiglia e stalking, ai detenuti infine che nell’ultimo anno siano stati sanzionati per alcune delle infrazioni disciplinari previste dall’art. 77 comma 1 del Dpr 230/2000 ed ai detenuti coinvolti nei disordini e nelle sommosse a far data dal 7 marzo.

Nulla di più lontano, quindi, dalla temuta e demonizzata amnistia.
Insomma, il sonno di quel piccolo esercito, bene armato ed in servizio effettivo permanente, al quale dobbiamo il nostrano populismo penale, potrebbe continuare indisturbato. Ma così non è. Nel corso del Plenum straordinario del Csm, tenutosi il 26 marzo, Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita (l’uno consigliere indipendente il secondo della corrente di Davigo) non hanno esitato a ritenere il provvedimento del Governo come un indulto mascherato ed il primo si è spinto a dire, non in modo originale per la verità, che dietro le sanguinose rivolte dei giorni di marzo ci sarebbe un’unica regia criminale.

Ciò per contrastare il parere del Csm, poi approvato a maggioranza con i voti contrari dei due consiglieri ricordati e dei membri laici del Movimento 5S e della Lega, che esprime un giudizio negativo sull’adeguatezza delle misure.
Un documento ritenuto però timido dalla componente Area, che si è astenuta, e che con il consigliere Cascini proponeva misure più opportune ed adeguate come l’applicazione della detenzione domiciliare senza alcun vincolo a tutti i detenuti per reati non gravi con un residuo pena non superiore ai diciotto mesi e la sospensione dell’esecuzione degli ordini di carcerazione per pene inferiori ai quattro anni.

Del resto possibili ed auspicate misure idonee ad affrontare questa straordinaria emergenza sono state avanzate dall’Unione Camere Penali, dall’Associazione tra gli studiosi del diritto penale da ultimo anche dall’Ordine degli avvocati di Milano insieme alla Camera penale meneghina.

Ma sino ad oggi il decisore politico, Governo e Parlamento, tace nascondendosi dietro numeri a dir poco irrealistici. Forse il ministro dorme sonni tranquilli sulle note dell’adagio composto da un quotidiano, la cui etichetta evoca un fatto banalmente quotidiano (il che di questi tempi non può che essere un auspicio), secondo cui ‘Meglio dentro’.
Sì, proprio così ‘Meglio dentro’ perché secondo il direttore di quella testata si sta più sicuri in tempi di Covid-19 dentro le carceri con buona pace dei garantisti alle vongole, degli avvocati penalisti organizzati e dei radicali liberi.

Non ha citato il Pontefice che per evitare che il dramma delle carceri si trasformi in tragedia si è rivolto alle autorità chiedendo loro di «essere sensibili a questo grave problema e di prendere le misure necessarie per evitare tragedie future». Nessuno ha risposto.

Per approfondire:

Quel grosso guaio delle carceri al tempo del coronavirus

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti